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Fabio Carbone
Petrolio OPEC

Il 14 settembre del 1960 a Baghdad, Iraq, nasceva l’Organizzazione delle nazioni esportatrici di petrolio (OPEC). Sono passati 60 anni e da allora il “cartello” è cambiato per adeguarsi ai mutamenti economici, ha espanso il suo mercato per raggiungere le nazioni emergenti che oggi decisamente più di 60 anni fa consumano petrolio per far avanzare le rispettive economie. E la Cina è una di queste nazioni.

L’OPEC dal 2016 è di fatto OPEC+, una configurazione allargata ad altri paesi come la Russia che sono considerati alleati dell’Organizzazione petrolifera e con cui oggi si prendono le decisioni vincolanti per il taglio della produzione e per approntare altre strategie di mercato.

L’Organizzazione tra il primo e il secondo trimestre del 2020 ha dovuto affrontare una delle peggiori crisi della sua storia a causa del forte deprezzamento del petrolio. Riunioni d’urgenza, a distanza, su riunioni, hanno decretato tagli di emergenza della produzione per far risalire il prezzo e garantire ai membri di continuare a guadagnare da questa materia prima che per alcuni stati rappresenta quasi l’unica fonte di reddito.

I 60 anni dell’OPEC al tempo della transizione energetica

L’OPEC rappresenta il 50% del mercato mondiale del petrolio, ed ha quindi un peso consistente nel decidere le sorti dell’oro nero ma non ha la forza di decidere fino in fondo il prezzo del petrolio, deciso invece dai mercati.

Anche l’organizzazione dei paesi petroliferi si trova ora a fare i conti con la transizione energetica e non saranno certo coloro i quali la favoriranno o la cavalcheranno (o cambieranno idea?). Il loro interesse è favorire l’uso del petrolio e cercheranno magari tra nuovi paesi emergenti i destinatari del loro petrolio.

Dal punto di vista della transizione energetica l’OPEC ha fatto poco o nulla per garantirsi un futuro non più ancorato (almeno non solo) al petrolio.

C’è chi punta al gas come soluzione alternativa e il Mediterraneo sta infatti diventando una polveriera a causa di ciò.

Appare timida invece l’azione dell’OPEC nell’adozione di strategie di diversificazione.

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I 60 anni dell’OPEC e i prossimi 60 anni

Il petrolio non sparirà nei prossimi 25 anni, svolgerà ancora un ruolo ma è indubbio che la sua domanda diminuirà fortemente perché la produzione di energia da fonti rinnovabili aumenta e aumenterà in modo consistente nei prossimi anni. Le auto elettriche e a idrogeno, più quelle ibride, diventeranno la maggioranza. Anche le due ruote a motore nei prossimi anni potrebbero puntare sull’elettrico. Senza dimenticare il trasporto pubblico su ruote, taxi e autobus cittadini, alimentati a metano o da motori elettrici. La diffusione della mobilità alternativa non va sottovalutata.

In un contesto del genere cosa potrà fare l’OPEC per difendere gli interessi dei suoi membri? In che modo potrà garantire una sufficiente produzione di petrolio tale per cui i singoli stati potranno ancora trarre le risorse economiche necessarie al loro funzionamento a 360 gradi?

La questione è seria perché l’Arabia Saudita, ad esempio, basa quasi tutto il suo PIL sul petrolio e senza di esso quella economia non avrebbe più mezzi di sussistenza.

Possiamo dire che la transizione energetica, se da un lato favorirà la resilienza e una migliore qualità della vita delle nazioni che la adotteranno, dall’altra sarà una sciagura per i paesi produttori di petrolio che non attueranno delle strategie di uscita.

Concludendo

L’OPEC ha quindi un futuro? Probabilmente nel nome no, sia se resterà ancorato al petrolio sia se abbraccerà la transizione energetica. Quella P nell’acronimo che sta per petroleum la condannerà nel primo caso e non avrà più senso nel secondo.

Come entità potrà sopravvivere solo abbracciando la transizione energetica, la quale è già in corso da qualche decennio.

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