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Fabio Carbone
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Cgia Mestre

La Cgia di Mestre non ci sta e si schiera contro la possibile richiesta di aiuti del decreto legge liquidità anche per le imprese italiane che hanno trasferito la sede principale in Olanda.

La critica è rivolta in particolare a Fiat Chrysler Automobiles (FCA) che ha formalmente chiesto attraverso la sua controllata FCA Italy di ricorrere alle misure introdotte dal decreto liquidità.

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La società potrebbe così ottenere un prestito da 6,5 miliardi di euro con garanzie statali messe a disposizione attraverso la società SACE spa di proprietà di Cassa depositi e prestiti, a cui è stato affidato il compito di fare da scudo per le grandi imprese che vorranno richiedere i prestiti previsti dal decreto.

Sabato 16 maggio il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, durante la presentazione delle nuove regole che scatteranno da lunedì 18 maggio, a proposito della questione ha detto che FCA ha in Italia stabilimenti e che occupa migliaia di lavoratori, e che la richiesta avviene all’interno delle norme stabilite dallo Stato italiano.

Cgia di Mestre non ci sta

Ma la Cgia di Mestre si schiera a favore delle imprese che risiedono in Italia e chiede al Governo che si faccia come in Francia, dove le imprese francesi che hanno spostato la sede principale fuori dal Paese sono state estromesse dagli aiuti di Stato.

La Cgia di Mestre è categorica:

“Sarebbe inaccettabile che un grande gruppo industriale che ha deciso, di spostare, legittimamente, la sede legale nei Paesi Bassi, chiedesse, con la controllata FCA Italy, un finanziamento avvalendosi delle garanzie pubbliche dello Stato che ha, invece, abbandonato. Sarebbe una cosa insopportabile che il Governo italiano non dovrebbe consentire”.

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Le altre italiane in Olanda

La Cgia di Mestre ricorda che hanno trasferito la propria sede in Olanda anche altre società ex italiane come: Eni, Enel, Luxottica, Illy, Ferrero, Saipem, Telecom Italia, Cementir.

La Cgia spiega nel dettaglio perché tali società, molte delle quali quotate in Borsa, hanno spostato la propria sede in Olanda.

“Questi grandi gruppi non si sono trasferiti per sfruttare le aliquote fiscali ridotte di cui l’Olanda comunque non dispone, ma per i bassissimi prelievi presenti sui dividendi, sui guadagni da cessioni/partecipazioni e sulle royalties”.

Il cambio di rotta dell’Italia

Conte sull’argomento ha anche anticipato che nei prossimi mesi verrà emesso dal Governo un decreto semplificazione volto tra l’altro a riattrarre in Italia o a non far scappare dall’Italia, le imprese. Non è entrato nello specifico, ma ha lasciato intendere che l’esecutivo lavora per non consentire più ai “partner” europei di attrarre imprese italiane.

La Cgia contro i giganti del web

La Cgia si scaglia anche contro i giganti del web e in particolare contro le società dell’IT statunitense che, secondo i loro calcoli, verserebbero all’erario italiano 64 milioni di euro di tasse a fronte di un fatturato prodotto in Italia di 2,4 miliardi di euro.

Le micro e piccole imprese italiane con meno di 5 milioni di fatturato, fa notare la Cgia, hanno generato un volume di affari di 926,7 miliardi e versato al fisco 39,5 miliardi di euro.

La Cgia ne fa una questione di giustizia sociale, perché mentre gli e-commerce hanno continuato a lavorare e a fatturare, i commercianti e i negozi di vicinato sono rimasti chiusi. Qui Cgia allude agli e-commerce stranieri operanti in Italia, ma forse non tiene conto che uno di essi in particolare fa lavorare alcune migliaia di persone in Italia. E comunque anche gli e-commerce italiani hanno continuato a lavorare.

Ciò di cui la Cgia non tiene conto

La Cgia forse non tiene conto anche di una filiera di attività imprenditoriali di piccolissime dimensioni che esiste in Italia e che è legata ai giganti dell’IT straniero. Tali micro imprese pagano le tasse in Italia su somme ricevute sotto forma di compensi pubblicitari da parte delle grandi società del web. Bisognerebbe tenerne conto di questa nuova micro imprenditorialità del tutto digitale e che riporta in Italia capitali.

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