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Fabio Carbone
big tech

Per le Big Tech, in particolare quelle statunitensi come le FAANG, sono tempi difficili. In Europa la Commissione europea vuole capire perché “vediamo quel che viene mostrato” (sono le parole di Margrethe Vestager) quando usiamo un motore di ricerca come quello di Google, o un social network come Facebook e Twitter, o Instagram.

“Non c’è dubbio che queste piattaforme, e gli algoritmi che esse usano, possono avere un enorme impatto sul modo in cui vediamo il mondo intorno a noi”, ha scritto ancora su Twitter Margrethe Vestager, Commissaria per la Competizione e responsabile del programma “Europa nell’era digitale”.

Cosa sta accadendo, e perché le Big Tech dovrebbero “temere” l’Europa? La Commissione europea sta per proporre una revisione che viene definita “rivoluzionaria” delle norme che regolamentano il digitale. Tale revisione potrebbe quindi danneggiare i modelli di business delle grandi società tecnologiche, in primis le statunitensi.

Secondo gli analisti contattati dalla Cnbc, il Digital Services Act, che sarà presentato a dicembre 2020, dovrebbe impattare significativamente sulla revisione della gestione dei contenuti su piattaforme come Google e Facebook. Questa riforma farebbe fare un balzo in avanti di 20 anni alla normativa, perché sono due decadi che non si interviene nell’ambito specifico.

Cosa cambierà?

Quello che si richiede a tali piattaforme delle Big Tech è di essere più trasparenti, quindi aperte nel mostrare a tutti come “modellano il mondo digitale che vediamo” e dovranno fornire informazioni dettagliate sulle azioni messe in campo per contrastare la diffusione del materiale illegale disponibile in rete.

Inoltre dovranno dire quali sono i meccanismi che utilizzano per decidere quali informazioni e prodotti devono essere mostrati come primi e gli altri come secondari o perché alcuni vengono nascosti.

Inoltre le Big Tech dovranno fornire informazioni alle autorità europee su chi sta pagando per gli annunci pubblicitari che i cittadini vedono e perché al cittadino è stato proposto un certo annuncio.

Dal lato del cittadino questo cambiamento lo farà sentire sicuramente più a suo agio perché si sentirà protetto da eventuali distorsioni della realtà, ma dal lato delle Big Tech si prospetta un pesante aggravio di lavoro e di costi per soddisfare la nuova normativa europea.

Non sappiamo cosa ne pensa l’amministrazione americana, al momento sono molto indaffarati con gli incerti risultati delle elezioni che creano molta volatilità ai mercati finanziari.

Mostrare gli algoritmi

La linea dell’Unione Europea è chiara, le Big Tech dovranno mostrare a tutti i loro algoritmi più segreti. E dal momento che hanno sempre tenuto segreti tali algoritmi, poiché sono il segreto del loro successo rispetto alla concorrenza, si potrebbero verificare anche delle tensioni tra le società e l’UE.

Le Big Tech potrebbero richiedere anche l’intervento del nuovo presidente USA (o riconfermato che sia).

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Uno tsunami?

Secondo il professore Nicolas Petit, professore di diritto della concorrenza presso l’Istituto Universitario Europeo, contattato da Cnbc, le richieste dell’UE si presentano come uno tsunami per gli affari delle Big Tech in Europa.

Le paure di Google

Cnbc riporta le parole a loro affidate la settimana scorsa da Karan Bhatia, Google’s VP of global government affairs.

Google si dice preoccupata di alcune delle proposte contenute nella normativa europea perché a detta loro potrebbe bloccare le aziende nel fornire ai cittadini e alle attività europee ciò di cui hanno bisogno per crescere nell’era digitale.

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