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Roberto d’Ambrosio
Matteo Renzi

Siamo a due giorni dal referendum che secondo alcuni avrebbe mutato le sorti del mondo dalla sera alla mattina, a seconda dell’esito delle urne. Qui da Shanghai, sembra tutto molto lontano, immersi nella operosa frenesia di questa città incredibile. Ma oramai viviamo in un mondo globalizzato, interconnesso, interdipendente e non ci si può esimere dal volgere lo sguardo a quanto accade dall’altra parte del mondo e cercare di analizzare la situazione.

Previsioni apocalittiche di tutte le più autorevoli testate nazionali ed internazionali avevano funestato una campagna elettorale già di per sé avvelenata. La consultazione referendaria, che intendeva riformare la legge fondamentale dello Stato italiano, ha visto gli elettori trascinati in una arena ben più ampia, a causa della scelta strategica, da più parti considerata suicida, del Presidente del Consiglio Matteo Renzi di “personalizzare” il voto, della pressione mediatica a colpi di catastrofiche previsioni, della pressioni ”interessate” da parte dei leader dei partner europei delle Istituzioni europee. Il motivo di tale interesse l’ho descritto in un articolo pubblicato su FXempire alla vigilia del voto, cosi come l’esortazione ad ignorare le apocalittiche previsioni dei media  e gli inviti delle istituzioni, spesso più simili a malcelate minacce, delle istituzioni italiane, europee e mondiali, e scegliere guardando al merito, alla qualità della riforma e al percorso che ha portato l’Italia nelle condizioni in cui versa attualmente.

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Come tutti sappiamo, la proposta di cambiamento del governo Renzi è stata bocciata, con ampio scarto. Pur personalmente apprezzando la coerenza di Renzi nel prendere atto dell’esito del referendum e annunciare le proprie dimissioni, sono convinto che questa fosse una riforma insufficiente, parziale e “furba” sotto molti aspetti e che l’argomento che vedeva in una qualsiasi riforma una buona riforma, pur di cambiare qualcosa fosse da rigettare, Anzi, a ben guardare le implicazioni del testo mi ricordavano molto il “tutto deve cambiare affinché nulla cambi”: Giuseppe Tomasi di Lampedusa, chi era costui?

Una riforma è necessaria sicuramente, ma deve essere coraggiosa, chiara ed affrontare i problemi alla radice, tenendo ben presenti le evoluzioni dell’ultimo decennio, il loro impatto negativo e le relative cause, senza paura e nell’interesse di una Nazione che soffre da troppo tempo. E’ possibile questo nel quadro attuale così come appare dopo l’esito delle urne?

E i mercati? Dopo un iniziale, breve impatto negativo, Euro ed indici hanno ripreso vigore, sembrando quasi festeggiare un esito che invece si era paventato addirittura catastrofico. Persino lo spread ha ripreso a scendere e l’indice Italiano, dopo un primo giorno in leggero calo, ha sciorinato la migliore performance da nove mesi a questa parte con un +4.15% a oltre 17700 punti.

Tutto in verde il listino italiano, trainato proprio da quelle azioni che alla vigilia si paventavano spacciate in caso di esito negativo del referendum: le banche. Intesa +8.16%, Unicredit addirittura +12.81%. Persino Monte dei Paschi è riuscita a chiudere positiva a +1.18%. E fuori dall’Italia? Dax in grande spolvero, in due giorni e salita ben oltre il 2%, recuperando l’importante quota di 10700 punti. Deutsche Bank ieri saliva del quasi 10 punti percentuali.

Tutto bene quindi. Come volevasi dimostrare, niente apocalisse. Ma qual è il vero significato di tutto questo e cosa c’è da aspettarsi? L’esito negativo referendum italiano ha magicamente messo a posto tutto quello che c’era di sbagliato, che era quello che invece doveva essere il ruolo della riforma proposta da Renzi? E tutto il gran parlare che si è fatto sulla necessità di stabilità politica in Italia? Quello che esce dalle urne è un paese più forte, più debole, uguale?

Andiamo con ordine.

Il quadro politico non cambia in verità di molto, anzi. Renzi ed i suoi, anche contro parte non irrilevante del proprio stesso partito, sono riusciti ad ottenere un risultato tutt’altro che negativo nonostante l’esito del referendum. Per questo trovo poco comprensibili, oltre che fuori luogo, le manifestazioni di giubilo di alcuni esponenti della parte opposta. Renzi, nonostante tutte le critiche ed il furore da social network che ha contro, esce da questo confronto tutt’altro che ridimensionato e vista la frammentazione della parte avversa, che manca di una guida univoca, chiara e credibile, avrebbe gioco non difficile nel rimontare in sella in caso di elezioni anticipate, qualsiasi sia la legge elettorale con cui si andrebbe a votare.

Ma i mercati festeggiano. Il mantenimento dello status quo sembra aver ridato forza ai mercati finanziari e il risk on domina incontrastato. Tutto sembra ricalcare il film già visto con l’elezione di Donald Trump a Presidente degli stati uniti: calo nel brevissimo termine e indici americani ad aggiornare i massimi storici nel giro di una manciata di sedute.

Due eventi, quelli del referendum italiano e delle elezioni presidenziali negli USA, lontani anni luce l’uno dall’altro, sotto tutti i punti di vista, eppure con conseguenze pressoché identiche, con pattern identici prima e dopo il voto. Davvero singolare.

La verità è una sola a mio parere.

I mercati azionari per salire hanno bisogno di denaro che riempia i book in acquisto. Questo denaro tradizionalmente viene dalle aspettative positive degli operatori sulla crescita dell’economia, sulla stabilità del clima geopolitico e di tutte quelle variabili che impattano sui principali indici di crescita economica.

Lasciatemi dirlo senza mezzi termini: non sembra essere questo il caso al momento. Proprio per niente. Eppure il mercato spinge come in poche altre occasioni.

A mio modesto parere, il vero driver delle performance dei mercati azionari ed in genere del clima risk on che impatta anche sui tradizionali beni rifugio come l’oro, è l’azione delle banche centrali e la loro pluriennale politica espansiva.

I Quantitave Easing nelle loro varie forme avevano l’intenzione di spingere le economie fuori dal baratro in cui erano cadute dopo la Grande Crisi del 2008-2010. Un intervento allora era necessario per evitare l’implosione del sistema finanziario globale. Ma ora, a ben guardare, dopo anni, la situazione non è migliorata di molto. Soprattutto, l’enorme espansione dei bilanci delle banche centrali non pare essere riuscita a centrare l’obiettivo di rilanciare le economie in maniera stabile, e soprattutto ha fallito nel fare arrivare gran parte di quel denaro dove davvero serve: nell’economia reale. Le banche sono ancora riluttanti a prestare denaro, preoccupate sia della crescita asfittica, che dello stato dei propri conti, appesantiti da una enorme ammontare di crediti non performing e da una quantità di derivati OTC la cui dimensione in termini di valore e liquidità è difficile persino immaginare.

Quindi, tutti appesi a FED, BCE, BOJ etc. Essenzialmente tutto dipende dal sostegno apparentemente senza limiti che gli istituti centrali continuano a garantire. Il denaro di cui parlavo prima, quello che serve a riempire i book in acquisto, arriva dalla fiducia degli operatori nel fatto che la situazione non muterà, e che tale sostegno sia destinato a durare.

Tornando a ciò che succede in queste ore, la forza del mercato è dovuta a mio parere al fatto che in questo quadro di instabilità, rafforzato dalla delusione provocata dall’esito del referendum italiano e precedentemente dalla elezione di Donald Trump, vi è la certezza che giovedì Draghi non deluderà le aspettative di un mantenimento della politica espansiva e lo dirà chiaramente, anche se con le consuete caute parole.

Inutile guardare ad altro. Per quanto raffinate possano essere le analisi sullo stato delle economie e sulla situazione geopolitica, mettersi contro le banche centrali è una tattica perdente.

C’è da domandarsi: ma per quanto ancora le banche centrali potranno continuare ad espandere i propri bilanci, a stampare moneta senza limitazioni, in mancanza di una vera, sostenibile reazione dell’economia reale che possa riportare le politiche monetarie ad avere un senso?

E’ una domanda cui è difficile rispondere. Il funzionamento dell’economie mondiali dopo tutti questi anni di massivi interventi sembra essere mutato. Una cosa è certa. I mercati per salire hanno bisogno, come evidenziato, di denaro, di tanto denaro, ma possono crollare a causa del loro stesso peso.

I rialzisti hanno da sperare che questo sostegno riesca a durare sino a quando le economie saranno così forti che i mercati potranno fare a meno di questo sostegno, o che sia semplicemente senza limiti. Nel breve, ci credono tutti.

In ottica meno contingente, la domanda è: è davvero sostenibile tutto ciò? Per quanto ancora? L’economia e la finanza sono davvero così cambiate da poter prescindere dalle tensioni interne ed esterne a cui sono sottoposte grazie ad un illimitato, sia in termini di tempo che di quantità, intervento delle banche centrali?

Tutti a pendere dalle labbra del Governatore Draghi, quindi. Il mercato ci crede, cresce e tira forte.

Roberto d’Ambrosio

CEO Alpari Research & Analysis

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