I mercati finanziari fra referendum e banche: l’apocalisse è vicina… oppure no.

    Mercati “nervosi” in vista del referendum del 4 dicembre in Italia. L’indice italiano FTSEMIB sta sottoperformando rispetto ai principali indici europei, zavorrato dalle pesanti performance del settore bancario. Quest’ultimo in particolare, con in testa Monte dei Paschi di Siena, è veramente sotto una pressione enorme ed i mercati stanno punendone i titoli in maniera massiva.

    Lo spread con il decennale tedesco, lo spauracchio per eccellenza,  è tornato a salire dopo un lungo periodo di valori estremamente bassi a seguito dei buoni uffizi del Governatore della BCE Mario Draghi, con il suo QE e gli acquisti di titoli di stato a piene mani.

    Così come nel 2010, si è scatenata una corsa a previsioni apocalittiche da parte di politica e media, con la sorprendente ma timida eccezione dell’Economist la scorsa settimana, che paventano scenari catastrofici per l’Italia se il referendum dovesse bocciare la riforma costituzionale proposta dal governo attuale. Buon ultimo, il Financial Times, che paventa il fallimento di 8 banche in Italia se il NO alla riforma dovesse prevalere. Quale impatto possa direttamente avere questa riforma costituzionale sullo stato dei conti di tali banche non è dato sapere. Vi è invece ben chiaro il malcelato intento di suggerire la possibilità di un più morbido atteggiamento da parte soprattutto delle istituzioni europee nel cercare di ridare ossigeno a queste banche in difficoltà.

    Ma a patto che vinca il SI. Pochi giorni prima, il codirettore del Financial Times Wolfgang Munchau, aveva appunto focalizzato la sua analisi sulla possibilità che il 5 dicembre, a seguito di un voto negativo sulla riforma costituzionale in Italia, l’Europa si possa trovare di fronte alla concreta possibilità di una sua disintegrazione. Quello che difatti interessa di più a gran parte dell’attuale esablishment pare certamente non essere la supposta maggiore efficienza e governabilità del sistema Italiano, ma le aperture verso una maggiore difficoltà a mettere in dubbio l’attuale assetto politico ed istituzionale all’interno della UE, aperture che si celano nelle pieghe di questa riforma, da più parti, anche molto autorevoli, giudicata farraginosa e pericolosa per la stessa stabilità del Paese, al contrario di quanto sostenuto, altrettanto autorevolmente, dai fautori del SI.

    Si tratta essenzialmente delle medesime motivazioni alla base della enorme pressione direttamente ed indirettamente esercitata sul nostro Paese subito dopo la crisi finanziaria che colpì l’intera economia mondiale. La conseguente “cura” imposta all’Italia ha in qualche mdo affrontato i veri problemi del sistema italia? Quali benefici ha portato? A ben guardare, dal 2010 in poi, quando con lo stesso clima l’Italia si inchinò ai diktat delle istituzioni fnanziarie europee e mondiali stravolgendo il proprio assetto politico, le cose non sono andate poi così bene.

    A parte le costanti previsioni di inversione del trend e di crescita prima annunciate con grande enfasi ogni trimestre per poi essere puntualmente disattese e riviste al ribasso, le misure macroeconomiche del nostro paese sono rimaste asffittiche e confermata ancora qualche giorno fa, a più di sei anni dalla grande crisi:

    Italian Industrial Orders (Sep) M/M -6.8% (Prev. 10.2%, Rev. 10.7%)

    Italian Industrial Orders (Sep) Y/Y 2.6 (Prev. 15.9, Rev. 16.5)

    Italian Industrial Sales (Sep) Y/Y -0.30% (Prev. 6.80%, Rev. 7.10%)

    Italian Retail Sales (Sep) M/M -0.6% vs. Exp. 0.0% (Prev. -0.1%, Rev. -0.2%)

    Italian Retail Sales (Sep) Y/Y -1.4% vs. Exp. 0.0% (Prev. -0.2%, Rev. -0.5%)

    Cosa è successo a quei paesi che quella “cura” hanno rifiutato, conservando il diritto di decidere da sé il cammino da intraprendere e mantenere il diritto di sceglier chi quel cammino doveva indicare?

    Si guardi alla Spagna. Il suo spread sul bund era addirittura più alto di quello italiano. Un paese non certo esente da problemi, alle prese con un’enorme bolla immobilare (che in Italia non c’era), la cui burocrazia non è certo più snella di quella italiana.. eppure, pur rifiutando i virtuosi “consigli” delle entità sovranazionali e rifiutando governi etero-imposti, è riuscita a tirarsi fuori dal guado, in maniera tale da fare definire la sua ripresa il “miracolo spagnolo”.

    Ora:

    tutto ciò che è accaduto da allora (e prima di allora, come indicherò di seguito) [ davvero conseguenza di elementi che possono magicamente, anche solo nel medio o lungo periodo, essere “messe a posto” da quanto previsto nella riforma costituzionale?

    Possono risparmi di spesa dell’entità prevista (risibili in verità) o l’abolizione del CNEL davvero incidere sull’andamento della spesa pubblica?

    Io credo che la risposta sia certamente negativa. In estrema sintesi, l’andamento, diciamolo a chiare lettere, diastroso sia in termini relativi che assoluti, dell’economia italiana è conseguenza di una politica fiscale dissennata, di una spesa pubblica fuori controllo, di un indebitamento crecente che impattano pesantemente su livello di consumi interni e sul PIL in generale. Ma nemmeno questo basta a spiegare i nostri numeri.

    Allora, vi è da chiedersi, come mai istutuzioni europee e media internazionali si danno tanto da fare nel appoggiare in maniera tanto evidente ed accorata le ragioni del SI?

    Per quanto mi riguarda le risposte sono essenzilamente due:

    1. quanto già accennato prima, e cioè che questa riforma nelle sue contorte pieghe nasconde un assetto ben più congeniale a chi vuole difendere l’attuale assetto dell’unione europea de della moneta unica.
    2. La riforma sposta il bilanciamento dei poteri a favore deil’Esecutivo. Nella situazione attuale, in cui vi è indubbiamente un Governo essenzialmente a favore delle politiche di integrazione Europee, un esito positivo della consultazione è funzionale a chi vede in un maggiore trasferimento di sovranità alle istituzioni sovranazionali la unica via percorribile.

    Ad essere intellettualmente onesti, è a mio parere evidente dagli andamenti delle variabili macroeconomiche sono figli, per quanto riguarda l’Italia, dell’impatto disastroso che sulla competitività della sua economia ha avuto l’introduzione della moneta unica: l’eterna opera incompiuta dell’unione europea, trionfalmente acettata a suo tempo con una parità che definire iniqua è un caritatevole eufemismo. A suo tempo utilizzai la metafora dei vasi comunicati per proporre un modello semplificato dell’impatto della moneta unica su economie come quella italiana, paragonando tale evento all’interruzione del collegamento tra i vasi, che impedisce il livellarsi del liquido al loro interno. Molto semplificato come modello, ma rende l’idea.

    A seguito di questo evento epocale (e disastroso per la nostra economia) l’Italia è andata incontro a un processo di deindustrializzazione feroce e praticamente irreversibile se non nel lungo periodo e ed a patto di eliminare i fattori che l’hanno provocata. Anche il tipico tessuto economico fatto di piccole e medie aziende, un tempo fiore all’occhiello e elemento di stabilità ed innovazione dell’economia italiana è stato travolto da questo tzunami. Tessuto tanto criticato, quanto poi trasferito nelle economie ora leader nella UE. E di questo cominciano ad accorgersi in tanti.

    Ed è proprio nella situazione sopra delineata che si trova a mio parere la spiegazione di tutto quello che si dice, si scrive e si fa a favore dell’esito positivo della nostra consultazione referendaria fuori e dentro la notra benamata penisola.

    Io personalmente ho una mia idea di come valutare tale situazione e comportarmi di conseguenza, ma non è di questo che voglio dibattere in questa sede.

    Ciò che mi sento di affermare, e me ne predo interamente la responsabilità, è che trovo esecrabile e scorretto questo paventare catastrofi, questo minacciare conseguenze nefaste a seconda di quello che uscirà dalle urne di quello che, ancora vivaddio, è un paese sovrano pur con tutte le storture degli ultimi anni, a cominciare dal difetto di legittimità dell’attuale governo, sancito inequivocabilmente dalla nostra Corte Costituzionale.

    Fare leva sulle legittime paure di un paese depauperato e profondamente provato da anni di crisi, utilizzando anche la grettezza di chi all’interno del nostro stesso paese vive da parassita, lo trovo inaccettabile.

    Credo che l’unica cosa che raginevolmente mi sento di auspicare è che gli italiani si concentrino sul merito della consultazione, sui suoi aspetti controversi, positivi e negativi, si concentrino sui fatti e sui dati, e scelgano quello che ritengano sia il meglio per il proprio paese, a prescindere da quello che gli si paventa.

    Magari, con la speranza che non sia la paura a scegliere per noi, che si abbia coraggio nelle scelte, che si guardi al di la del contingente assumendosi le proprie responsabilita, che si accetti di pagare il prezzo dei propri sbagli, con lo sguardo volto al futuro.

    Roberto d’Ambrosio

    CEO Alpari Research & Analysis

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