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Fabio Carbone
Cina

La Cina che ha detto no alle criptovalute vietandole per legge nel 2017, la Cina che ha detto no alla raccolta di fondi attraverso le initial coin offering o assimilati, non ha mai detto no a blockchain, la tecnica sottostante al funzionamento del Bitcoin e di molte altre criptomonete.

Da inizio anno, infatti, in Cina sono stati registrati almeno 509 progetti e brevetti legati alla blockchain o più in generale ai sistemi distribuiti basati su ledger decentralizzato (o supposto tale). L’annuncio è stato pubblicato dal governo cinese sul sito www.cac.gov.cn, il quale è l’Ufficio centrale degli affari dedicati al cyberspace.

Secondo le informazioni a disposizione di Coindesk.com, i progetti riguardano in particolar modo il settore finanziario e l’integrazione della blockchain in servizi IT già esistenti.

La banca centrale cinese, poi, ha in fase di sviluppo lo yuan digitale che dovrebbe funzionare in linea di principio secondo le attuali conoscenze sui sistemi digitali con un registro distribuito. Non un vero sistema decentralizzato e pubblico, ma un sistema semi decentralizzato dove l’accesso è strettamente controllato e il controllo sull’intero sistema è gestito dal governo cinese. In poche parole lo yuan digitale “blockchain-based”.

La Cina, quindi, è attivamente coinvolta nello sviluppo dei sistemi distribuiti digitali e promette in questo filone di essere l’apripista a livello globale: altro che Facebook Libra.

La prima valuta a corso legale su DLT

Se parlare di blockchain nel caso dello yuan digitale potrebbe quasi configurarsi come “sacrilego”, è però vero che il sistema in fase di sviluppo nel centro di ricerca della banca centrale cinese farà uso di un un sistema distribuito non del tutto centralizzato. Prevedibile quindi l’uso di nodi certificati collocati presso le banche statali e private del Paese.

Un passaggio epocale bisogna ammetterlo e forse l’unico vero sistema in grado di azzerare la falsificazione del denaro e l’evasione fiscale.

Le ricadute non saranno poche sul piano dell’agire economico.

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Il sistema finanziario cinese su “blockchain”

Union Pay, il processore di pagamenti cinese (il concorrente di Visa e Mastercard) lavora allo sviluppo del Blockchain Services Network (BSN) insieme ad altri partner tra cui China Mobile e lo State Information Center.

L’accesso a questa rete di servizio sarà possibile scaricando una semplice app sui sistemi Android o Apple iOS.

Facile immaginare l’uso dello yuan digitale per pagare l’acquisto di beni e servizi usando le carte Union Pay virtuali, oppure pagare il servizio di telefonia mobile.

Ma è l’intero sistema finanziario con falce e martello che sta lavorando alla “blockchainizzazione” dei sistemi finanziari tradizionali.

Come riporta Reuters, la banca centrale cinese ha autorizzato le banche commerciali del Paese a sviluppare le proprie applicazioni basate su protocolli blockchain. Una autorizzazione che apre nuovi scenari e possibilità.

La benedizione dell’imperatore

Sulla Rivoluzione blockchain cinese c’è la benedizione dell’imperatore Xi Jinping, il presidente più potente di Cina dopo Mao Zedong.

Il Paese asiatico ha distillato il progetto iniziale di Nakamoto riuscendo ad avvantaggiarsi delle caratteristiche di fondo della blocckhain per utilizzarle a suo vantaggio.

Chissà se gli Usa riusciranno a produrre un sistema altrettanto originale o se perderanno il treno dell’innovazione come da più parti si teme.

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