L’uragano Florence e le sanzioni all’Iran fanno impennare il prezzo del petrolio: il Brent supera nuovamente gli 80 dollari al barile

Negli ultimi giorni, i prezzi del greggio sono aumentati di oltre il 3%, spingendo il Brent a oltre 80 dollari al barile, per la seconda volta nel 2018. L’impennata è causata dalle conseguenze dell’uragano Florence e soprattutto dalle sanzioni all’Iran. Il rischio è che i Paesi dell’OPEC non riescano a colmare il gap causato dall’azzeramento delle importazioni del petrolio iraniano.
Alberto Ferrante
oil

L’uragano Florence che sta piegando gli Stati  Uniti, e che è stato declassato nelle ultime ore alla categoria 2 nella scala di Saffir-Simpson, continua a minacciare decine di milioni di persone.

Nella notte di oggi, l’uragano ha perso forza, ma ha raggiunto dimensioni ancor più elevate, spingendosi in una nuova area abitata caratterizzata da un’elevata concentrazione demografica e da alti consumi.

Agli ingenti danni causati e previsti, si sommano quelli generati nel mercato petrolifero: nella giornata di martedì, quando l’uragano si trovava ancora in categoria 4, i prezzi del greggio sono aumentati del 3%.

Il WTI ha guadagnato quasi due dollari al barile, raggiungendo il prezzo di 69,45 dollari. Il benchmark internazionale Brent, invece, ha nuovamente superato gli 80 dollari al barile, per la seconda volta nel 2018, sfiorando i massimi del 2014.

Il tutto, in un contesto già minato dalle imminenti sanzioni USA all’Iran, che indubbiamente genereranno parecchie turbolenze nel mercato.

In tal senso, l’IEA, International Energy Agency, ha avvisato che le sanzioni sul petrolio in Iran potrebbero non permettere all’offerta globale di colmare la domanda. Si ricorda infatti che il Paese è il terzo maggior produttore dell’OPEC.

In questo contesto, tuttavia, non è ancora certa la strategia di Trump. Si penserebbe che il Presidente Americano voglia cercare di stringere accordi con altri paesi del Medio Oriente, al fine di colmare il gap che scaturirebbe da un’importazione ridotta a zero del petrolio Iraniano. Un accordo con l’Arabia Saudita firmato già all’inizio dell’anno farebbe pensare che Trump voglia chiedere al più grande produttore dell’OPEC di incrementare ulteriormente la sua produzione. Secondo molti analisti, però, ciò non permetterebbe comunque di riassorbire il gap generato dalle sanzioni verso l’Iran.

In causa sarà quindi chiamata anche la Russia, che sembrerebbe possedere le risorse necessarie per incrementare la sua offerta. Di contro, il rischio che la troppa pressione sull’Iran possa scaturire in una crisi geopolitica è ormai tangibile.

Non andrebbe inoltre sottovalutata la pressione esercitata dai Paesi che decideranno di assecondare Trump e ridurre a zero le importazioni del petrolio iraniano. E’ questo il caso della Corea del Sud, che dovrà trovare adesso nuovi partner per mantenere i suoi livelli di consumo energetico.

Ad alimentare il salto dei prezzi del petrolio è in parte anche la speculazione. I principali fondi sono rialzisti e hanno incrementato nella scorsa settimana le posizioni nette lunghe all’acquisto sul Brent di oltre sette punti percentuali.

Secondo alcuni analisti, i prezzi corrono il rischio reale di raggiungere quota 100 dollari al barile.

Nella giornata di ieri, gli acquisti sono stati alimentati dalla notizia del calo delle scorte di greggio USA, rilevato a -5,3 milioni la settimana e solo parzialmente compensato da accumuli di carburanti quali benzine e distillati.

La produzione americana sta rallentando principalmente a causa dei problemi riscontrati nel bacino di Permain, che ha spinto la Casa Bianca a tagliare le stime di crescita per i prossimi due anni.

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