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Bob Mason

Nelle ultime settimane, gli investitori si chiedono quando si verificherà la prossima correzione del mercato. Quanti puntano sul rialzo iniziano a uscire da un lungo letargo, con le borse degli Stati Uniti che si aggirano intorno ai massimi storici, senza riuscire a spingersi in avanti. Nonostante l’intenzione del governo britannico di avviare la procedura ex art. 50 del TUE nella prossima settimana, uscendo dal mercato unico europeo per riottenere il pieno controllo sui confini del Regno Unito, il Ftse 100 è riuscito a superare quota 7400. Vi è poi da considerare la Cina.

Recentemente, ho discusso della possibili cause della prossima crisi: tra queste, vi sono i prestiti per gli studenti e quella che si può definire la bolla Trump. La crisi del 2008 non verrà certamente dimenticata: molto probabilmente, la perdite che ne derivano comporteranno correzioni ben più severe di quelle precedentemente osservate. Dopo quasi otto anni, i nervi degli investitori sono ancora deboli.

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Mentre la Fed prosegue nella normalizzazione della politica monetaria, alcuni temono che l’economia degli Stati Uniti non sia pronta ad assorbire tale cambiamento. L’aumento dei costi di finanziamento derivante dall’ultimo innalzamento dei tassi e la prospettiva di altre due manovre restrittiva nel corso dell’anno sono fonti di notevole preoccupazione. Il Fomc ha mantenuto le sue proiezioni sulla crescita nel 2017 invariate, mentre ha corretto al rialzo le previsioni di inflazione.

Al momento, i mercati hanno un’opinione differente. A seguito della pubblicazione delle proiezioni del Fomc, le borse degli Stati Uniti si muovono in rialzo. Le imprese che traggono vantaggio da costi di finanziamento inferiori. I mercati devono, quindi, tenere conto della possibilità di una riforma del sistema tributario che dovrebbe bilanciare gli effetti negativi derivanti dall’aumento dei costi di finanziamento per le imprese. Non si deve poi dimenticare il livello raggiunto oggi dai tassi.

Negli Stati Uniti, la fiducia dei consumatori pare ampiamente alimentata dalle promesse della nuova amministrazione, così priva di esperienza. Il rimbalzo del Dow Jones da quota 20000 a quota 21000 ha rappresentato una mossa decisamente impressionante, ma quanto impressionante sarà la correzione, qualora Trump non riuscisse ad attuare la riforma del sistema tributario e le misure di stimolo promesse durante la campagna elettorale?

A ogni modo, nonostante la relativa assenza di volatilità, sale l’ansia sui mercati. Al giorno d’oggi, i mercati sono dotati di diversi indicatori del timore, sviluppati per la maggior parte dopo la crisi finanziaria. Gli analisti tentano, infatti, di misurare il comportamento umano in cerca del prossimo crollo. Tra gli strumenti più noti vi sono:

  • L’indice Merrill Lynch dello stress finanziario globale
  • L’indice CBOE SKEW
  • L’indice della paura di Credit Suisse Fear Barometer

Gli indicatori della paura riflettono un incremento della domanda di protezione. Ai livelli attuali, non deve sorprendere. A ogni modo, con i costi che continuano a salire, sarà soltanto questione di tempo prima che chiudere divenga un’idea allettante…

Tuttavia, per questa volta, la crisi potrebbe provenire non dagli Stati Uniti, ma dalla Cina o dall’Europa. Certamente, il dibattito sull’effettivo tasso di crescita della Cina non finirà presto. Le cifre ufficiali pubblicate paiono, infatti, non corrispondere alla realtà. L’obiettivo per il 2017 fissato dal governo di Pechino è al 6,5%.  Secondo le stime, il tasso di crescita del quarto trimestre dello scorso anno era prossimo al 3,5%, lontano dal 6,8% annunciato dalle autorità cinesi.

La differenza tra i due risultati è palese. Come si è osservato negli ultimi anni, i mercati sono particolarmente sensibili ai dati sul Pil della Cina.

L’attenzione continuerà a concentrarsi sul percorso di normalizzazione intrapreso dalla Fed, che potrebbe essere lungo e difficile. Tuttavia, l’intenzione della Banca Popolare Cinese, unita ai piani del governo di Pechino di rinunciare alle misure di stimolo, costituisce un fattore di notevole preoccupazione e rischio per l’economia globale.

Negli ultimi tempi, le banche centrali sono cautamente ottimiste circa le previsioni per l’economia globale. Tuttavia, non si può negare che le autorità di politica monetaria non siano preoccupate dalla Cina, dalla sua crisi del debito e dai piani del governo per i settori in difficoltà da ultracapacità, gli stessi colpiti da livelli di debito in costante aumento.

George Soros ritiene che la Cina sarà il motore della prossima crisi globale. Soros è noto per avere quasi fatto fallire la Banca d’Inghilterra nel 1992, quando guadagnò circa 1 miliardo di dollari andando short sulla sterlina.

Soros è dell’opinione che la Cina disponga di riserve adeguate per resistere a una crisi, ma crede anche che, qualora l’economia cinese subisse un grave shock, le ripercussioni nel resto del mondo sarebbero significative. Inoltre, Soros ritiene che la Cina abbia nettamente aumentato il rischio di deflazione globale, per affrontare il quale le banche centrali dispongono di ben pochi strumenti, se non di nessuno.

La deflazione potrebbe essere giudicata positivamente, perché sostiene i consumi. Tuttavia, la realtà è che tale fenomeno arresta i consumi a causa delle aspettative di prezzi inferiori in futuro.

In Europa, la vittoria di Rutte alle elezioni nei Paesi Bassi ha tranquillizzato i mercati, poiché si è ridotto il rischio di una frammentazione dell’Eurozona. Tuttavia, le elezioni presidenziali in Francia rivestono un’importanza di gran lunga superiore per il futuro dell’Eurozona. Intanto, i mercati paiono trascura un fattore di pari importanza, ossia la Brexit. Quando il governo britannico attiverà la procedura prevista dall’art. 50 del TUE, Stati membri seguiranno gli sviluppi nel Regno Unito con grande attenzione, per vedere se il recesso avrà effetti positivi. Pare difficile escludere che altri Stati membri seguano l’esempio della Gran Bretagna.

Che si tratti della bolla Trump, dei finanziamenti agli studenti negli Stati Uniti, della deflazione globale, della crisi del debito cinese o dell’implosione dell’UE, rimane da vedere quale sarà la causa della prossima crisi. Tuttavia, quando si osservano i mercati in cerca di valore, è certamente difficile entrarvi con convinzione, perché si deve tenere conto della prossima grande chiusura. Si può essere certi che, se Soros agirà, ci si dovrà chiedere soltanto quando e dove accadrà, non se.

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