La Bank of England tratteggia lo scenario di una Brexit no deal: si rischia una crisi economica paragonabile a quella del 1945

La Bank of England ha esposto i peggiori rischi derivanti da un divorzio senza accordo. Il PIL potrebbe crollare del 10,5% nel corso di 5 anni e il valore della sterlina, già debole, potrebbe crollare del 25%. Importanti rischi anche per l’occupazione e l’inflazione, ma il sistema finanziario e bancario del Regno Unito, se sostenuto da un periodo di transizione, dovrebbe reggere l’impatto.
Alberto Ferrante
BoE

Anche la Bank of England ha lanciato il suo monito, che graverà, insieme alle altre dichiarazioni e incertezze, sulle spalle di Theresa May: un’uscita dall”Unione Europea senza un valido accordo potrebbe causare per il Regno Unito la peggiore crisi economica dai tempi della Seconda Guerra mondiale.

Le stime pubblicate dalla Bank of England si riferiscono esclusivamente a uno scenario di Brexit no deal, vale a dire un’uscita dall’Unione Europea senza accordi precisi. Si tratta di un’alternativa criticata dalla maggior parte degli analisti, ma apprezzata da buona parte dei brexiteers più estremisti, che hanno continuato a far sentire la propria voce anche dopo la notizia del raggiungimento di un primo piano di divorzio.

Ma un’ipotesi di no deal potrebbe effettivamente verificarsi proprio nel caso in cui il Parlamento Britannico decidesse di bocciare il piano recentemente proposto da Theresa May.

Nel caso in cui non si riuscisse a raggiungere un accordo, l’economia britannica, sostiene la BoE, si contrarrebbe dell’8% già nel corso dell’anno 2019, mentre nei successivi 5 anni la riduzione del PIL potrebbe sfiorare il 10,5%. Inoltre, il valore della sterlina potrebbe crollare del 25%, la disoccupazione raddoppierebbe e il prezzo delle abitazioni potrebbe subire un’ulteriore contrazione fino al 30%.

Si tratta di valori che proiettano drammaticamente l’economia britannica agli anni del dopoguerra, nel 1945, e che superano ampiamente, per impatto e gravità, la contrazione registrata nel corso della crisi del 2007/2008. Uno scenario dunque estremo, ma che contribuisce a tratteggiare le prime inevitabili conseguenze di una situazione di stallo ormai preoccupante.

Nonostante ciò, il sistema finanziario dovrebbe riuscire a sostenere tutti i rischi della Brexit, soprattutto nel caso in cui il divorzio venisse effettivamente sostenuto e ammorbidito da un ragionevole periodo di transizione, come auspicato dall’ala più moderata.

Anche il sistema bancario dovrebbe essere in grado di continuare a sostenere privati cittadini e  imprese domestiche. Inoltre, se l’inflazione raggiungerà i livelli preventivati dalla BoE, vale a dire pari al 6,5% circa, sarà possibile alzare i tassi di interesse senza particolari difficoltà.

Per finire, lo scenario estremo assume che gli scambi commerciali si diminuiranno drasticamente nel caso di barriere commerciali, mentre i controlli di frontiera potrebbero creare importanti rotture con l’Unione Europea. Così facendo, per il Regno Unito sarebbe difficile riuscire a strappare nuovi accordi commerciali prima del 2023.

La leader Theresa May non ha potuto fare altro che incassare il colpo, e il governo ha ammesso, ancora una volta, che la scelta di un’uscita dall’Unione Europa prevede indubbiamente una flessione dell’economia domestica: nella migliore delle ipotesi, infatti, l’erosione del PIL potrebbe giungere al 4% in 15 anni, anche considerando un processo di Brexit ben regolamentato e supportato da un adeguato periodo di transizione.

Inoltre, molti economisti insistono recentemente nel sostenere come gli eventuali accordi commerciali con altri blocchi non possano concorrere a colmare il vuoto causato dall’addio al mercato unico europeo, mentre la rinuncia ai migranti dell’Unione Europea contribuirà a indebolire l’economia.

In tal senso, però, si sottolinea come nell’accordo presentato un punto di rilevante interesse concerne la tutela dei diritti dei cittadini europei, che attualmente costituiscono 3,5 milioni di lavoratori nel Regno Unito. Tra questi, ben 700.000 sono italiani. Medesima attenzione è stata riservata anche ai cittadini britannici che vivono in Europa, ovvero 1,5 milioni di persone, buona parte dei quali pensionati.

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