Cronaca di una recessione annunciata: guerra dei dazi, Brexit e PIL italiano fanno tremare gli analisti

E’ noto che la lenta crescita cinese, la stagnazione dell’eurozona e l’esito incerto della Brexit stiano seriamente scoraggiando i mercati internazionali.
Alberto Ferrante
USA flag and American dollars. American flag blowing in the wind and 100 dollars banknotes in the background

Ma c’è chi non rinuncia ad esprimere una visione ancora più pessimista, secondo cui l’incertezza attuale potrebbe presto prendere la forma di una grave recessione.

Sia la Banca Mondiale che il Fondo Monetario Internazionale hanno lanciato un monito ai governi e ai risparmiatori: le prospettive future non sono delle migliori e le vulnerabilità dei principali sistemi economici potrebbero spingere alcune economie verso delle pesanti contrazioni.

Chiaramente, non vi è ragione per cui ciò debba accadere di concerto, ma i singoli Paesi più vulnerabili potrebbero attraversare nel prossimo futuro dei periodi di recessione per certi versi accomunabili.

La situazione italiana si configurerebbe, secondo alcuni analisti, come un caso di grave flessione. L’istat ha rivisto al rialzo il PIL del quarto trimestre del 2018, passato dal -0,2% al -0,1%, ma la recessione tecnica è stata confermata.  E se il Governo dovesse continuare a scornarsi con Bruxelles, le conseguenze impatterebbero anche sul resto dell’eurozona.

Ma a turbare particolarmente è ancora la situazione del Regno Unito. L’uscita dall’Unione Europea, sulla carta, dovrebbe essere imminente, ma pochi sono stati i passi avanti compiuti dal Governo May nelle ultime settimane. C’è chi ritiene, infatti, che la sola ancora di salvezza possa essere una proroga della scadenza, fissata a fine marzo.

Parte della responsabilità per il clima di tensione che si riflette sovente sui mercati finanziari è da attribuire invece a Washington e alla guerra commerciale con la Cina. Una battaglia che non lascia più intendere quali potranno essere le conseguenze per i vincitori e per i vinti.

In un recente articolo di Forbes, viene riportato il pensiero di Dave Rosenberg, di Gluskin Sheff. Per Rosenberg, lo stato di recessione inizierebbe a palesarsi in America con un livello di disoccupazione del 4,1%, vale a dire dello 0,4% in più rispetto al 3,7% che costituisce il valore minimo del ciclo di espansione.

Inoltre, in questo infelice scenario, non sarebbe immediato trovare una correlazione tra la gravità della recessione e il declino del mercato. E ciò renderebbe il periodo di contrazione poco definibile nelle sue primissime battute. Tuttavia, il rischio principale per i mercati è “uno tsunami” del rifinanziamento del debito, che potrebbe costituire una vera e propria bolla, per via delle elevatissime somme da rifinanziare, che richiederanno tassi di interesse ancora più impegnativi.

Rosenberg si chiede dunque se il non intervento della Federal Reserve possa nel lungo periodo ostacolare o favorire l’ipotetica recessione americana. Si segnala però che la Casa Bianca ha dichiarato che l’economia è cresciuta ancor più del tasso atteso, pari al 2,6%, scongiurando i rischi all’orizzonte.

Secondo alcuni analisti, invece, l’Unione Europea starebbe fallendo nel riformare le sue istituzioni, a causa di proposte indubbiamente numerose, ma che non riescono a unire i diversi paesi membri. Un’eterogeneità nota e per certi versi naturale, che rischierebbe però di riunire per una volta l’eurozona in un unico destino.

Per molti, si tratta dunque di una recessione annunciata. Ma tanti sono gli scenari ancora aperti: le conseguenze della guerra dei dazi tra Stati Uniti e Cina restano imprevedibili. Nella valutazione finale pesa poi l’intenzione di Pechino di investire un trilione di dollari nelle importazioni di prodotti americani, mentre la Brexit potrebbe svelare altre sorprese.

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