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Come investire in biofarmaceutica e prospettive del Biopharma

Da:
Fabio Carbone

Come investire in biofarmaceutica e quali prospettive per il settore del Biopharma all'interno dell'industria della Salute? Ecco quanto crescerà il settore fino al 2027.

Investire in biofarmaceutica

In questo articolo:

Vorresti investire in biofarmaceutica ma non sai da dove iniziare? Partiamo dallo sfatare un eventuale “mito” che potrebbe inquadrare la biofarmaceutica tra le nicchie del Healthcare del futuro. Il primo incontro di studio sulla biofarmaceutica a cura dell’Istituto superiore di sanità (ISS) risale al 5 novembre 1982, dunque oltre 40 anni fa.

Alcuni dati pubblicati dall’Aifa, e risalenti al 2014, facevano notare come il mercato della biofarmaceutica e dei biosimilari presentavano tassi di approvazione di prodotti biofarmaceutici sostanzialmente bassi e compresi tra 6 e 20 biofarmaci all’anno tra il 2011 e il 2013. Dati che facevano riferimento sia all’Unione Europea che agli Stati Uniti.

Dalla pubblicazione di questi dati sono passati quasi 10 anni, ed è corretto dire che la contaminazione tra vari campi del sapere stanno accelerando anche la biofarmaceutica. Genomica, big data, robotica, terapia genica, intelligenza artificiale e nanotecnologie si incontrano mescolandosi per dare vita a risultati straordinari anche in campo medico, scriveva nel novembre 2018 l’allora presidente di Farmaindustria Massimo Scaccabarozzi.

Cosa sono i biofarmaci?

Secondo l’Autorità italiana del farmaco (Aifa) i farmaci biologici, i biofarmaci, derivano da un processo produttivo più innovativo rispetto a quelli del farmaco di riferimento. Il processo è così innovativo da far sì che il prodotto biosimilare (altro nome con cui si indicano i biofarmaci) presenta profili di efficacia e di sicurezza persino superiori rispetto al farmaco originatore.

In inglese vengono definiti anche come bio-better.

Perché investire in biofarmaceutica?

La biofarmaceutica permette l’accesso a nuove terapie, di migliorare la qualità di vita dei pazienti e ridurre i costi sociali derivanti dalle patologie.

Sotto il profilo economico, invece, Morningstar di recente ha fatto notare come il settore biopharma durante la recessione del 2009 non aveva subito particolari flessioni di fatturato.

Anche in situazioni inflazionistiche come quella attuale, la biofarmaceutica resta in vantaggio grazie al forte potere di determinazione dei prezzi, che permette alle imprese del biopharma di scaricare sul cliente finale tutti i costi e in particolare quelli di produzione.

Un altro aspetto non trascurabile sono i brevetti. Le società della biofarmaceutica che detengono i brevetti possono generare extra-profitti per circa 20 anni grazie alle licenze sul brevetto. E anche quando i brevetti scadono, i profitti scendono più lentamente rispetto alla media dell’industria farmaceutica. Ciò si verifica anche perché sostituire un farmaco biosimilare non è così semplice, i costi di sviluppo e produzione sono elevati.

Sempre secondo l’analisi Morningstar, i trend dell’invecchiamento nell’Occidente e della crescita della ricchezza nei paesi emergenti sono trainanti per ulteriori sviluppi del biopharma.

La crescita fino al 2027 è del 3,5% anno, trainata dalle vendite dei farmaci oncologici, delle malattie rare, della neurologia e dell’immunologia.

Questi sono alcuni dei motivi che potrebbero spingere un investitore a investire in farmaci biologici e nelle imprese biofarmaceutiche.

Dove si sviluppano i farmaci biologici?

Per capire come investire in biofarmaceutica è cruciale apprendere dove si fa ricerca sui biofarmaci, perché è attraverso i centri di ricerca che passano i capitali e le iniziative di investimento.

Se guardiamo all’Italia, negli ultimi anni le imprese del farmaco hanno imparato a investire sulla costruzione di ecosistemi di ricerca che coinvolgono anche le Università, le piccole e medie imprese (PMI) del settore farmaceutico e le start-up. Anche gli enti no-profit e i centri clinici fanno parte di questo ecosistema.

Il 20% della ricerca su nuovi farmaci in Europa, infatti, non si svolge all’interno delle società farmaceutiche ma nell’ecosistema di realtà appena elencate.

Alcuni numeri del biofarmaceutico in Italia

I dati del rapporto Farmaindustria e di EY del 2017, dal titolo “Il settore biofarmaceutico. Innovazione e crescita per l’Italia”, è un buon punto di partenza (seppur datato) per capire le potenzialità del settore.

Le aziende biofarmaceutiche in Italia rappresentavano in quel periodo il 5% del settore a livello mondiale con 10 miliardi di euro di fatturato. In Italia il biofarmaceutico rappresentava il 32% di tutta l’industria farmaceutica.

Nel 2017 gli investimenti in Italia sono stati pari a 720 milioni di euro (cresciuti del 2% all’anno) distribuiti tra 200 aziende che impiegano 4.000 addetti alla ricerca (crescita dell’1,8% all’anno dal 2015).

In Italia nel 2017 il biofarmaceutico era cresciuto del +8,5%, battendo la media mondiale. Importante anche l’export con una crescita del +16%.

La vitalità del settore è impressionante, le domande di brevetto Made in Italy nel 2017 sono state del +18%, collocando l’Italia al 5° in Europa con 4.300 brevetti italiani.

L’industria biofarmaceutica: le criticità

Quando si cercano le criticità che riguardano l’industria biofarmaceutica bisogna guardare ad alcuni temi importanti come il rispetto della proprietà intellettuale, la tutela del brevetto e del marchio.

Ma anche l’accesso rapido ai nuovi farmaci e la diffusione omogenea sui territori. Questo è un aspetto che riguarda le capacità di uno Stato, ma come investitore nella biofarmaceutica è importante capire se il tuo investimento si scontra con limiti nella commercializzazione del farmaco.

Tra le criticità anche la carenza di strumenti di investimento efficaci e la possibilità per le imprese di accedere facilmente a finanziamenti per produrre nuovi farmaci biologici o per migliorare quelli esistenti.

Si tenga presente, infine, che i farmaci biologici hanno tempi di sviluppo compresi tra i 7-8 anni e costi di ricerca e sviluppo alti, compresi tra 100 e 250 milioni di dollari scriveva l’Aifa nel 2014.

Come investire nella biofarmaceutica?

In concreto come investire nella biofarmaceutica? Tra gli strumenti più accessibili ed economici troviamo gli exchange-traded fund (ETF), con i quali l’investitore può investire in un ampio paniere di titoli azionari.

Gli ETF della biofarmaceutica sono ben posizionati per garantire una esposizione interessante al settore.

L’iShares Nasdaq US Biotechnology UCITS ETF, con un NAV di soli 6,18 USD, permette una esposizione alle società biotecnologiche e farmaceutiche statunitensi quotate al Nasdaq.

Altri ETF biopharma sono i seguenti:

Ma troviamo anche un Trust, il First Trust Nyse Arca Biotechnology Index Fund.

Tra i titoli azionari biofarmaceutici, invece, potrai guardare a società come: Biotechnology Assets, Lixte Biotechnology, Maia Biotechnology, Nautilus Biotechnology, Pds Biotechnology, Puma Biotechnology, Vir Biotechnology.

Oppure potrai guardare a società come: Arca Biopharma, ABVC Biopharma, Arbutus Biopharma, Can-Fite Biopharma, Cti Biopharma, Mereo Biopharma e molte altre.

Investire nel biopharma italiano

Come fare per investire nel biopharma italiano? In Italia una parte delle società impegnate nel settore sono troppo piccole per stare in Borsa o non hanno interesse a quotarsi dati gli alti costi che la presenza in Borsa richiede.

Una alternativa è l’equity crowdfunding, cioè la possibilità di investire in progetti di start-up della biofarmaceutica attraverso le piattaforme del crowdfunding regolamentato in Italia.

Non accade spesso, tuttavia, visitando le varie piattaforme italiane di crowdfunding è possibile imbattersi in progetti di start-up alla ricerca di capitali per finanziare la ricerca o la commercializzazione di farmaci biologici.

In questo caso il guadagno sull’investimento è stabilito a priori è può raggiungere il 7% – 8% e oltre del capitale investito.

L’equity crowdfunding, come gli ETF e le azioni, prevede il rischio di perdita dell’intero capitale esposto.

Concludendo

La biofarmaceutica è una nicchia dell’industria della Salute che un investitore potrebbe ipotizzare di includere nel proprio portafoglio di investimento, allo scopo di aumentare quelle nicchie capaci di performare bene anche nelle fasi critiche e incerte dei mercati finanziari e dell’andamento dell’economia più in generale.

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Sull'Autore

Writer freelance dal 2013 ha studiato informatica e filosofia ed anche un pizzico di sociologia. Nel 2016 ha scoperto la crypto economy e da allora scrive di blockchain e criptovalute, per approfondire un movimento che non è fatto solo di esperti matematici e crittografi, ma di gente che genera una nuova economia dal basso.

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