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Fabio Carbone
David Marcus, facebook

Facebook Inc. è alle prese con una brutta faccenda che rischia di intaccare la fonte di proventi primaria del colosso, ovvero la raccolta pubblicitaria sul social network Facebook e su Instagram.

Società come Coca-Cola hanno annunciato uno stop della pubblicità su Facebook per almeno 30 giorni, Unilever e Verizon potrebbero fermare la promozione dei rispettivi prodotti e brand fino alla fine del 2020.

È la campagna #StopHateForProfit che sta colpendo anche Twitter il cui titolo ha perso il -7,32% nell’ultima seduta di venerdì 26 giugno.

Come mai sta avvenendo tutto ciò? La morte del 47enne George Floyd a Minneapolis ha scatenato in tutto il mondo un movimento di protesta antirazzista che sta assumendo proporzioni mai viste.

Seppur molto interessante sotto il profilo socio-economico, non può essere questa la sede per analizzare il fenomeno “anti-razzismo” in atto ma vale la pena approfondirlo appunto per le conseguenze economico-finanziarie che sta causando: il titolo Facebook Inc. (FB) venerdì scorso al Nasdaq ha perso il -8,32%.

Perché il boicottaggio?

Secondo il “movimento” dietro l’hashtag #StopHateForProfit, i social media non farebbero abbastanza per evitare le campagne di odio e di razzismo sulle rispettive piattaforme.

Ma ovvio che questo non è il motivo reale che ha spinto Unilever, Coca-Cola e le altre società ad aderire a questo movimento.

Il motivo è economico, le società temono di essere associate al razzismo se non agiscono mostrandosi in qualche modo contrarie al razzismo e questo anche se ciò che stanno decidendo di fare va contro i loro stessi interessi: senza pubblicità non c’è visibilità.

Dietro quanto sta avvenendo c’è una sorta di coercizione che le grandi e piccole imprese temono ora più che mai data la critica situazione economica scatenata dalla pandemia.

Tutto ciò, a ben vedere, è un effetto collaterale della pandemia: serviva qualcosa che facesse da catalizzatore della frustrazione e della fame della gente e le imprese si sono piegate a questa sorta di dittatura collettiva in atto.

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La risposta di Facebook Inc.

Facebook Inc. dal canto suo ha spiegato che spende miliardi ogni anno per monitorare i suoi social network e ricorda che sono oltre un centinaio le associazioni suprematiste cacciate dalla piattaforma Facebook.

La società ha fatto sapere che pagano per audit esterni che si occupano di verificare costantemente le loro politiche sulla tutela dei diritti delle persone. Inoltre la società di Zuckerberg ha fatto sapere che il 90% dei post razzisti e che inneggiano alla violenza sono scoperti dai loro sistemi, prima che dalle segnalazioni dei singoli utenti.

Facebook naturalmente ‘aderisce’

Come riporta la Cnbc, un portavoce di Mark Zuckerberg ha reso noto che la società farà di più per eliminare dalle campagne pubblicitarie parole che possano fare riferimento al razzismo, ad atteggiamenti razzisti o violenti nei confronti di qualsiasi popolazione o religione.

Facebook Inc. non può rischiare di perdere le campagne di sponsorizzazione di società come Patagonia, The North Face, REI, Lending Club, oltre quelle già citate, le quali spendono centinaia di milioni di dollari in pubblicizzazione.

Facebook Inc. nel 2019 ha raccolto 69,7 miliardi di USD dalla pubblicità, a rischio l’intero impero insomma.

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