Il futuro del lavoro in Italia tra disuguaglianze e bassa qualità. Il reddito di cittadinanza va ricalibrato?

Quali sono i rischi del mercato del lavoro in Italia per il prossimo futuro? La mera contrazione dell’occupazione potrà essere agevolmente scongiurata, ma allo stato attuale si affacciano all’orizzonte nuove disuguaglianze. Il sistema italiano dovrà intercettare le sfide del futuro iniziando dalle misure a tutela dei lavoratori con contratti atipici. Formazione e strumenti di sostegno del reddito dovranno sostenere l’evoluzione del mercato, ma il reddito di cittadinanza andrebbe ricalibrato.
Alberto Ferrante
ocse

L’OCSE ha pubblicato il suo Employment Outlook per il 2019, che si sofferma sul futuro del mercato del lavoro all’interno dei Paesi europei. Per l’Italia, è improbabile che si verifichi una seria contrazione dell’occupazione, mentre a impensierire potrebbe essere il peggioramento della qualità stessa del lavoro e le disuguaglianze tra i lavoratori.

Secondo il report, infatti, in Italia i posti di lavoro ad alto rischio di automazione non si discostano particolarmente dalla media europea: il dato riportato è del 15,2%, mentre gli estremi sono costituiti dal 5,7% della Norvegia e dal 33,6% della Slovacchia.

È invece la composizione stessa del mercato del lavoro a suggerire scenari poco felici: la quota di lavoro temporaneo è sensibilmente superiore alla media OCSE, così come quella dei lavoratori sottoccupati.

L’attività di tutela da parte delle istituzioni, inoltre, finisce per rivelarsi poco efficace nei confronti di tutti i lavoratori con contratti atipici. È questo un aspetto di particolare rilevanza per l’OCSE, che sottolinea come proprio tali categorie siano quelle più vicine al mercato del lavoro del futuro; infatti, a questa zona grigia appartengono, tra gli altri, molti lavoratori impiegati nelle piattaforme digitali.

Per questa ragione, l’Organizzazione propone di estendere le tutele e i diritti fino ad ora riservati ai lavoratori dipendenti anche ai soggetti che si trovano a operare a metà strada tra il lavoro autonomo e quello indipendente.

Con riferimento invece alle skills e al know-how degli occupati italiani, il parere dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico è che un maggiore investimento nella formazione permanente possa permettere ai lavoratori più deboli di intercettare la rapida evoluzione del mercato del lavoro. Con riferimento alla situazione italiana, il giudizio è netto: il sistema di formazione italiano non è preparato per affrontare al meglio le sfide future. Secondo i dati presentati, infatti, solo il 20% dei lavoratori adulti in Italia ha partecipato a programmi di formazione professionale nell’ultimo anno, e solo il 60% delle imprese fornisce formazione ai suoi dipendenti, contro una media europea del 75,2%.

Una seconda attività di supporto resta quella della protezione sociale: in tutta Europa, i lavoratori con contratti atipici riscontrano una minore probabilità di ricevere un sostegno al reddito durante i periodi di disoccupazione. Sembrerebbe, però, che sia giunto adesso il momento di tener conto dell’attesa evoluzione del mercato, che si rifletterà in prima battuta proprio in un’impennata di tale forma contrattuale. Se l’Italia non dovesse riuscire a intercettare tale mutamento, estendendo diritti e strumenti di salvaguardia, il rischio per la collettività sarà quello di sperimentare delle disuguaglianze ancor più nette.

In Italia, la scarsa lungimiranza imputata dall’OCSE si ravvisa anche nell’eccessivo squilibrio tra il numero di lavoratori che possono accedere alle misure di sostegno e i livelli medi dei trasferimenti stessi, che risultano particolarmente elevati rispetto alla media europea. I lavoratori a tempo parziale, ad esempio, sembrano godere di un sostegno al reddito comparabile con quello di lavoratori a tempo pieno e indeterminato. Inoltre, i lavoratori autonomi hanno una probabilità del 10% di ricevere un sostegno economico da parte dello Stato, contro il 50% del lavoratori dipendenti a tempo indeterminato.

Per finire, l’OCSE discute ancora una volta dell’impatto del reddito di cittadinanza per la collettività. Se è vero che il trasferimento di risorse promosso dal Governo potrebbe costituire una valida misura nei confronti dei soggetti in stato di povertà, l’efficace impalcatura teorica viene demolita dal livello attuale del sussidio, che si presenta particolarmente elevato rispetto ai redditi mediani italiani e agli strumenti simili utilizzati negli altri Paesi.

Per questa ragione, “la sua messa in opera dovrà essere monitorata attentamente per assicurare che i beneficiari siano accompagnati verso adeguate opportunità di lavoro”. Adeguate opportunità di lavoro che potranno fiorire solo per mezzo di servizi pubblici per l’impiego più adeguati e standardizzati all’interno del Paese.

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