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Lorenzo Cuzzani

Ieri abbiamo documentato il novero dei divieti presenti in Africa, Asia e Oceania.

Oggi illustreremo la situazione in America ed Europa.

Sì, l’America.

Il Nuovo Continente si presenta alquanto variegato nell’utilizzo della moneta digitale più diffusa al mondo, così come nella relativa legislazione.

Risulta opportuno prendere le mosse dal Nord America, per una serie di motivazioni presto spiegate.

Innanzitutto, giova ricordare come gli Stati Uniti d’America siano il primo paese al mondo come volume di transazioni in BTC e tali rimarranno specie dopo la chiusura al mercato cripto di Cina e Russia.

Non esiste una legislazione che disciplini approfonditamente la materia, quindi di base l’uso di Bitcoin e affini è sostanzialmente permesso. Anche se sarebbe più corretto dire tollerato.

Questo perché vi sono diverse considerazioni da sviluppare al riguardo.

In primo luogo, sono diverse le criptomonete nate e prossime alla nascita negli States, il cui sviluppo incrementa un giro d’affari non indifferente e permette di implementare la tecnologia blockchain anche a prescindere dalla valuta digitale, unendo una simile avanguardia ad app, servizi, multimedialità varie e chi più ne ha più ne metta.

Di certo la Silicon Valley non perderà una simile opportunità.

Si comprende come il discorso di cui sopra prescinda dal Bitcoin, anzi, prescinda completamente dalla criptovaluta di Satoshi Nakamoto quasi segnandone un solco con il resto del comparto tecnofinanza (basti solo pensare alla tipologia di Aml Bitcoin per comprendere quanto la realtà in questione sia molto articolata).

Posto l’accento sul contesto statunitense, va detto che se a livello istituzionale ancora ci si interroga sulla linea da seguire, l’indirizzo suggerito dalle lobby è certamente più stringente.

È noto come poco prima dell’esordio degli XBT (futures Bitcoin) sul mercato di Chicago, la Fia (Futures Industry Association) avesse spedito una lettera alla Commodity Futures Trading Commission (CFTC), esortandola a prendere una posizione sulla vicenda, specie considerando i rischi di truffa, deficit di trasparenza, promozione di economia sommersa, possibile bolla economica e molto altro.

Non sorprende che una simile protesta arrivi, tra gli altri, da interlocutori quali cui Goldman Sachs, Morgan Stanley, Jp Morgan e Citigroup, colossi dell’alta finanza la cui necessità di mettere in guardia le istituzioni avverso cataclismi finanziari si concretizzi nell’esigenza di tamponare un mercato nel quale difficilmente possono entrare.

O meglio, non alle loro condizioni.

Una simile pressione ha comunque portato i suoi frutti, o, almeno, ha generato una mossa governativa che arginerà sicuramente il fenomeno, senza comunque interromperlo.

Dal mese di gennaio 2018 entrerà in vigore una norma il cui contenuto dispone di una tassa sulle criptovalute. La disposizione prevede una tassazione sugli scambi tra le criptovalute al momento in cui queste vengono convertite in valuta corrente, quindi dollari, nel caso di specie.

Giovandoci del contributo di Bloomberg, riportiamo quanto affermato al riguardo da Kelsey Lemaster, avvocato fiscalista statunitense, che ha così commentato la recente imposta: “Questa è una brutta notizia. Ogni volta che scambi una valuta digitale per un’altra, sarai soggetto a tassazione”.

Di diverso avviso Ryan Losi,  Executive Vice President di PIASCIK, per il quale “una regolazione più definita significherà che gli asset digitali saranno più facilmente accettati”.

Ma non solo. Prosegue Losi: “Questo sistema di pagamento diventa più anziano e più diffuso, più scalabile, e finirà per essere regolato quindi sempre più persone arriveranno ad accettarlo e a sostenerlo, anche se per natura è molto speculativo”.

Per quanto sia fondata la preoccupazione di Lemaster, appare ragionevole anche la riflessione di Losi.

Solo il tempo potrà dire se mercato e investitori daranno ragione all’avvocato, riducendo i volume di trading, o al consulente, fidandosi più di una tecnologia digitale e affidandosi quindi alla volatilità criptovaloriale.

Nel frattempo, l’establishment stelle e strisce continuerà a monitorare il fenomeno.

Restando in Nord America, risulta più semplice la vicenda canadese, dove il Bitcoin è utilizzato e tradato tranquillamente in piattaforme come QuadrigaCX.com e Coinsquare.io.

Seppur non manchi chi, come il professor Andreas Park (Finance, University of Toronto), metta in guardia sul fatto che “Il Bitcoin non dovrebbe essere visto come un investimento, è speculazione”, il Canada sembra ben disposto verso la moneta di Satoshi Nakamoto.

Scendendo in Messico si assiste a una situazione simile ad altri Paesi del mondo: attesa di una legislazione cogente. Ma, a differenza di altri Stati, qui la strada sembra segnata.

Titolare di ammonimenti sulla proliferazione del Bitcoin, avvertendo sui “rischi inerenti all’acquisizione di tali attività e utilizzandoli come sostituti per metodi convenzionali di pagamento”, la Banca del Messico ha chiarito la propria posizione affermando espressamente che Bitcoin e Litecoin “non sono valuta legale in Messico, in quanto la Banca del Messico non li rilascia né li restituisce. Il loro utilizzo come forma di pagamento non è garantito, in quanto le imprese e chiunque altro non sono tenuti ad accettarli”.

Una presa di posizione netta che non lascia adito a interpretazioni e che ha favorito, in tempi non sospetti, l’introduzione di un disegno di legge al senato messicano riguardo la regolamentazione del comparto tecnofinanza.

Situazione in divenire quindi.

Conclusa la mappa del Nord America (avendo sempre esaminato le realtà maggiori), è possibile tracciare la linea di demarcazione con quanto accade nella parte meridionale del Nuovo Mondo.

Qui si è già affrontato il tema del Venezuela, per cui non si andrà oltre nella trattazione.

Diversa la situazione in Colombia, dove è presente una situazione simile a quella messicana.

Nel dettaglio, si rende palese come la Superintendencia Financiera de Colombia (SFC) intenda occuparsi del caso prima che questo raggiunga dimensioni rilevanti.

Infatti è stata diffusa una circolare a fine anno con cui si illustravano i rischi derivanti dalla crittografia e le strategie atte a ovviare a tale tipo di problema.

Sul punto è intervenuto anche il ministro delle Finanze Maurizio Cardenas, il cui spunto sembra chiarire l’orientamento colombiano: “Lo Stato è quello che ha un monopolio sul denaro. La nostra moneta è affidabile, sicura e non genera alcun rischio, mentre altre forme di denaro non hanno lo stesso livello di supporto e garanzie”.

Se non si registra un particolare dibattito in Brasile, al contrario paesi come Bolivia ed Ecuador hanno idee molto chiare.

Il primo, complice il grave scandalo del 2014, ha inibito la diffusione, proliferazione e commercio di ogni tipo di criptovaluta.

Non è stato possibile arginare il malcontento dopo che un insieme di truffatori è riuscito a frodare diverse vittime promettendo profitti del 300% dopo appena due mesi.

Bitcoin al bando anche in Ecuador ma per un altro motivo molto semplice: a Quito hanno intenzione di istituire una propria criptovaluta centralizzata, con la conseguenza di escludere tutte le altre.

Caso particolare è costituito dall’Argentina, in cui all’aspro accanimento di un anno e mezzo fa consegue un massivo investimento che si traduce nell’installazione di sportelli per il Bitcoin.

Sì, Buenos Aires avrà 200 ATM da destinare come meglio crede sul territorio nazionale.

Sembra una sfida affascinante verso la modernità, adesso servirà tempo per verificare la conformità di una siffatta novità sul suolo nazionale, le risposte di utilizzatori e investitori e quindi i volumi di scambio.

Il Paese dell’argento chiude la panoramica americana sul Bitcoin.

Come è possibile osservare, vi è un solco profondo circa le scelte operate da Governi e Banche Centrali tra nord e sud e questo non può che delineare un quadro ovviamente disomogeneo ma al contempo interessante per una riflessione sistemica.

Per non appesantire troppo la trattazione dell’argomento, ci riserveremo di fornire domani la mappa dei divieti in Europa, così da focalizzare meglio l’attenzione su quanto accaduto o in procinto di verificarsi nel Vecchio Continente, ottenendo un’analisi scevra da annacquamenti.

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