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Lorenzo Cuzzani

Dicevamo ieri dell’Egitto, in cui il Bitcoin è stato recentemente messo al bando.

Oggi risulterà utile documentare la realtà mondiale a 360°, focalizzando l’attenzione sulla mappa della liceità della criptovaluta più diffusa al mondo (e quindi, di riflesso, anche delle altre).

Prendendo le mosse proprio da quanto documentato sull’Egitto, giova rimanere in ambito di Paesi dalla cultura araba, per i quali la diffusione e il commercio della criptomoneta di Satoshi Nakamoto contrastino con le profonde radici coraniche, aprendo una valvola di punibilità che non lasci indifferenti.

Osservando proprio la regione nordafricana si può notare come anche il Marocco abbia vietato il BTC, bollandola come “moneta occulta” e prevedendo una sanzione di 5 anni per chi “fabbrica, emette, distribuisce monete alternative a quelle ufficiali”.

Diversificando l’analisi geografica si assiste al trading in questione in paesi come Sud Africa, Kenya e Nigeria.

Il continente africano si mostra piuttosto variegato in materia, sia per una questione religiosa, sia ancor di più per la concreta possibilità di investire o operare in tal senso, mancando in molti Stati strutture che permettano la connessione.

Tornando alla matrice araba, si assiste al diktat turco, posizione che introduce l’analisi asiatica.

Incerta la situazione dell’Arabia Saudita, dove posizioni concilianti prima e critiche dopo hanno lasciato il passo alla gestione della difficile vicenda interna, con l’arresto del Principe e di 11 ministri, contingenza che rende incerta l’idea di investire su una nuova blockchain sulla falsariga di quella inaugurata proprio dal Bitcoin.

A favore gli Emirati Arabi Uniti, anche in virtù di diversi progetti commerciali (specialmente immobiliari) finanziati da investitori stranieri, seppur non sia da escludere l’adozione futura di una propria criptovaluta.

Diversamente il Kuwait, dove il Bitcoin è messo al bando, al pari dell’Iraq.

Trend inverso in Iran, dove il Governo sta lavorando per permettere il pieno inserimento del BTC nel Paese, approntando un sistema economico-legale che complementi una disciplina al momento ovviamente lacunosa.

Rimanendo in Medio Oriente, ma affrancandosi dalla dimensione araba, giova riportare come Israele sia tra gli avventori della criptomoneta più famosa al mondo, avendo posto un espresso divieto in tal senso.

Spostandosi in ambito continentale, si assiste al divieto implicito del Kirghizistan, in cui il diktat espresso secondo cui il kirghiso sia l’unica valuta avente corso legale nel Paese esclude ogni criptovaluta come mezzo di pagamento.

Scendendo in India, si registra incertezza sul tema. Se da una parte il Governo dissuade dall’utilizzo del BTC, dall’altra mette in guardia dai rischi derivanti dallo stesso. Se si pensa che solo pochi giorni fa si ammoniva sull’investire nel Bitcoin “a proprio rischio e pericolo”, si comprende come nella terra dei Maharaja la materia sia ancora oggetto di valutazione.

Diversa situazione in Nepal, dove vige l’espresso divieto di operare in Bitcoin e criptovalute varie: orientamento che ha portato all’arresto di 7 trader nepalesi.

Stesso indirizzo per  il Bangladesh, in cui nel 2014 la Banca Centrale ha inserito il bando del Bitcoin nel novero delle leggi antiriciclaggio, rubricandolo come reato, prevedendo una pena fino a 12 anni di reclusione per l’utilizzatore.

Medesima direzione in Vietnam, per il quale gennaio 2018 apre la fine dell’epopea Bitcoin, comminando multe severe ai trasgressori.

Della Russia si è già detto ampiamente qui e qui, anche se come affermato qui si capisce che il vero intento di Putin sia quello di centralizzare la risorsa criptovalutaria.

Riguardo la Cina, è noto da tempo il divieto totale verso le criptovalute e le loro ICO (initial coin offering), essendo stato il Paese millenario ad aver esordito nell’innalzamento della propria muraglia avverso il comparto della tecnofinanza.

Di uguale avviso Singapore, che ha messo in evidenza “i rischi significativi delle valute elettroniche”, senza sottovalutare la sicurezza degli intermediari.

Monito cui fa eco il Giappone, in primis accondiscendente ma in secondo luogo critico e quasi criptico sulla vicenda. La questione è chiusa dal n.1 di Bank of Japan, Haruhiko Kuroda, che ha messo in guardia dall’incremento massivo delle criptovalute confermando il non favore istituzionale verso BTC e affini, anche se una legislazione cogente in tal senso ancora non è presente.

Si allinea al Governatore giapponese anche l’Indonesia, prossima a negare ogni transazione in BTC.

Fermezza decisionale coerente con quanto sopra si registra anche in Corea del Sud, in cui al bando del Bitcoin si somma quello dei conti correnti virtuali anonimi per transazioni con monete virtuali.

Non va sottovalutata la piccola eccezione costituita da Ripple, il cui progresso non indifferente si è concretizzato in virtù dell’accordo tra Sbi Ripple Asia e alcuni provider di carte di credito del Sol Levante, al fine di veicolare la tecnologia Blockchain e snellire ogni tipo di procedura.

Domani la mappa di America ed Europa.

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