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Investire nel settore bancario conviene

Senza le banche nessuna impresa, nessuna famiglia e nessun singolo cittadino potrebbero concretizzare i propri obiettivi di crescita, fare acquisti superiori alle proprie disponibilità economiche attuali, attivare un mutuo per comprare casa. In poche parole, senza le banche non esisterebbe l’accesso al credito. Ma è davvero così anche nel mondo digitale? Investire nel settore bancario conviene ancora?

In questo nuovo articolo della serie Educational di FXEmpire.it, proveremo a dare un orientamento e a capire quali opportunità e rischi si corrono quando si decide di diversificare il proprio portafoglio finanziario investendo nel settore bancario.

Come si investe in una banca?

Questa è la prima domanda che si pone un investitore o risparmiatore intenzionato a investire nel settore bancario: come investire nel settore bancario.

La via semplificata è quella di acquistare le azioni di un istituto bancario come Unicredit (UCG) o le azioni di Bank of America Corp. (BAC) e via di seguito. In questo caso l’investitore è tenuto ad aprire un conto titoli presso una società autorizzata e a detenere in esso le azioni per tutto il tempo previsto dalla propria strategia.

Quando invece le banche non sono quotate in borsa, ed è il caso ad esempio delle banche popolari italiane o di altre banche minori, il risparmiatore in qualche modo è un vero e proprio socio di quella banca. Egli sottoscrive un contratto diretto con la banca da cui acquista una certa quota di azioni, partecipando agli utili e alle perdite ad ogni esercizio di bilancio.

In alcuni casi quando la banca non è quotata in borsa, lista le sue azioni su di un mercato secondario (una sorta di mini borsa) dove l’investitore trova comunque la possibilità di vendere eventualmente le sue azioni a terzi. Uno di questi mercati secondari è Hi-Mtf Sim S.p.A. gestita da Banca Sella Holding tra le altre. Si tratta tuttavia di mercati molto illiquidi e per questo rischiosi, e casi come quelli della Banca popolare di Bari insegnano che non si fa a tempo a vendere le proprie azioni per limitare le perdite.

A nostro avviso bisogna agire con estrema prudenza quando si sceglie di investire in un istituto di credito non quotato in borsa, perché le parole del direttore o di un responsabile della gestione investimenti non sono garanzia di un futuro roseo.

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Investire nel settore bancario conviene? I rischi

Il settore bancario è un investimento ad alto rischio. Lo è qualsiasi settore, ma questo può esserlo particolarmente se, la o le, banche sono particolarmente esposte in mercati a rischio default.

In questo momento storico particolare dovuto alla pandemia le banche risultano essere un po’ più fragili e lo saranno anche negli anni immediatamente successivi alla pandemia, perché hanno accumulato eredità negative precedenti.

La gran parte delle banche, infatti, non si sono adeguatamente riprese dalla crisi finanziaria che le ha colpite frontalmente nel 2008 e con questa crisi, ancor più grave, si ritroveranno a dover far fronte a crediti deteriorati e inesigibili ben più pesanti: Christine Lagarde (BCE) le ha avvertite in novembre 2020.

Ma non è la sola pandemia a dimostrare la fragilità del sistema bancario. Chi segue il settore ricorda bene la recente ristrutturazione della Deutsche bank che, durante l’estate del 2019, ha presentato un piano di ristrutturazione con 18 mila esuberi in tre anni e la costituzione di una bad bank da 80 miliardi di euro.

In Italia oltre alla già citata Banca popolare di Bari, possiamo nominare il salvataggio della Banca Carige, e poi c’è ancora da definire le sorti di Monte dei Paschi di Siena…

Senza spaventare nessuno, ma per mettere in guardia, non sono in pochi a credere che al termine della pandemia il settore bancario potrebbe riservare brutte sorprese, ovvero si potrebbero verificare una serie di piccoli e medi fallimenti con conseguenti necessari salvataggi. E non solo in Italia, ma anche in Europa.

La domanda da porsi è fino a che punto il sistema bancario potrà reggere i salvataggi per salvare sé stesso. Fino a che punto si potrà aggirare il problema costituendo cattive banche (bad bank) dove infilarci dentro tutti i crediti non pagati da imprese, famiglie e cittadini. La Banca centrale europea, ad esempio, già pensa a una bad bank europea per salvare il sistema bancario dell’Eurosistema in caso di crisi sistemica.

L’indice delle banche italiane: FTSE Italia Banche

Il FTSE Italia Banche è l’indice quotato alla Borsa di Milano che raggruppa il settore bancario italiano. Ovviamente di quelle quotate a Piazza Affari.

Questo indice, che troviamo sul sito di Borsa Italiana, ci mostra chiaramente lo stato di salute del settore bancario con riferimento all’Italia.

Tralasciamo i dati di breve periodo perché questa guida ha uno scopo di lunga data, tuttavia facciamo notare come alla data del 14 novembre 2020 la performance a due anni dell’indice sia del -10,6%. Un chiaro indicatore di come le banche avessero problemi già prima della pandemia.

Se invece guardiamo il grafico e i dati degli ultimi 5 anni (16 novembre 2015 – 13 novembre 2020), l’indice ci dice quanto segue.

  • Valore al 16/11/2015: 15.931,87 punti.
  • Valore al 13/11/2020: 7.178,85 punti.

La differenza negativa è di 8.753,02 punti base in 5 anni. Un dato devastante che indica quanto ha perduto in questo lasso di tempo chi ha investito nel settore bancario italiano.

Stato di salute delle banche italiane

Proviamo a fare lo stesso esercizio con due delle principali banche italiane: Unicredit e Intesa Sanpaolo (ISP).

Anche in questo caso prendiamo i relativi grafici e li osserviamo a 5 anni.

Al netto delle differenze di andamento dei due titoli e anche di valore unitario per singola azione, ciò che accomuna i due grafici è la discesa subita nello stesso orizzonte temporale menzionato per l’indice FTSE Italia Banche.

In cinque anni, da metà novembre 2015 a metà novembre 2020, anche due tra le principali banche italiane hanno perduto valore in modo significativo.

  • Unicredit: 27,5619 euro (16/11/2015); 8,1120 euro (13/11/2020).
  • Intesa Sanpaolo: 3,13 euro (16/11/2015); 1,8178 euro (13/11/2020).

Le eccezioni su cui vale la pena investire

Il quadro sin qui delineato sul settore bancario, in particolare quello italiano, è desolante. Tuttavia le eccezioni ci sono e una di queste si chiama Mediobanca (MB).

Il titolo di Mediobanca, al netto del crollo devastante causato dalla pandemia, analizzato nell’arco temporale già citato, ha mantenuto quanto meno la posizione. Infatti:

  • 9,145 euro il 16/11/2015;
  • 9,914 euro il 3/01/2020.

L’altra grande eccezione è Finecobank (FBK), il cui titolo è probabilmente il più resiliente del settore bancario italiano avendo recuperato il crollo di febbraio-marzo 2020 e avendo segnato anche un record di crescita storico nei mesi successivi.

Per Finecobank il grafico a cinque anni ci dice quanto segue:

  • 7,1050 euro (16/11/2015);
  • 12,2100 euro (13/11/2020).

E record storico a 13,34 euro l’11 agosto 2020.

Cosa significa questo? Che il settore bancario si trova in una fase di profonda trasformazione e chi lo aveva compreso con anni di anticipo, anche nei momenti più difficili resiste e addirittura si avvantaggia rispetto ai competitor.

Il futuro: Investire nel settore bancario conviene ancora?

Veniamo a una nota dolente che potrebbe non piacere ai sindacati e men che meno a chi in banca ci lavora. Tuttavia è bene che l’investitore tenga conto di quanto scriviamo a seguire.

Il settore bancario è in fase di forte digitalizzazione. Non si parla neanche più tanto di home banking (la banca a casa nostra), quanto di mobile banking (la banca nel palmo di una mano).

Sono nati negli ultimi anni servizi bancari che offrono esclusivamente servizi mobile banking completi: IBAN, trading mobile, assicurazione, carte fisiche e virtuali, criptovalute.

Servizi che rispondono alle esigenze odierne dei clienti e a prezzi nettamente inferiori.

Investire nel settore bancario conviene ancora, ma su quelle che innovano digitalizzandosi, è questo il presente.

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