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Lorenzo Cuzzani

Il comparto cripto, ben rappresentato dal suo maggiore esponente, il Bitcoin, ha catalizzato su di sé anche l’attenzione dell’unità di intelligence finanziaria italiana.

L’ente di cui sopra è una sezione della Banca d’Italia che si occupa di contrasto al riciclaggio e al finanziamento del terrorismo. Un contrasto che si manifesta anche in funzione preventiva. Proprio per questo l’UIF è dotata di piena autonomia operativa e gestionale.

Questa unità centrale nazionale svolge un importante compito, sia a livello nazionale, sia nel coordinamento di informazioni con le altre agenzie a livello europeo.

Dalla presentazione dell’UIF emerge come la stessa abbia un peso non indifferente nella gestione delle informazioni e nel dato previsionale diffuso.

A questo riguardo non può essere sottovalutato quanto recentemente affermato dal suo direttore, Claudio Clemente, il cui avviso si inserisce nella dialettica monitoria che il pubblico cripto è abituato a recepire.

Secondo Clemente, le criptovalute “si prestano anche a utilizzi illeciti o criminali, oltre ad esporre gli utenti a notevoli rischi di frode e perdite di valore”. Il che sembrerebbe un diktat ad abundantiam nel panorama di letteratura giornalistica moderno, ben ricco di detrattori del mondo fintech. Proprio ieri affrontavamo la questione.

Quel che sorprende, invece, è l’ulteriore preoccupazione del direttore dell’UIF, secondo il quale esiste il rischio concreto, se non l’altrettanto concreta possibilità, che vi sia “il reinserimento dei proventi illeciti nell’economia regolamentata”.

L’estratto di cui sopra prende le mosse da una riflessione del n.1 dell’unità finanziaria per cui si comunica che la tecnofinanza si appresti a svolgere funzione complementare ai paradisi fiscali utilizzati dalla criminalità organizzata per gestire e implementare la propria attività.

Da qui deriva l’esigenza cogente che vi sia una stretta regolamentare che non permetta all’evo digitale di operare in una zona franca. Tale necessità risponde alla duplice esigenza di mantenimento dello status quo sia degli investitori sia dei mercati: i primi, bisognosi di tutela che li protegga da qualunque effetto distorsivo illecito e quindi non prevedibile, lasciando incombere su di loro solo il rischio da investimento; i secondi più semplicemente si giocano la credibilità che li mantenga come mercato di riferimento dei primi.

Clemente non auspica una regolamentazione severa e per questo inapplicabile, anche in virtù delle numerose possibilità di bypass normativo attraverso l’operare in Stati con legislatori più permissivi. O semplicemente, differenti.

Per il revisore di Bankitalia è opportuno offrire un quadro normativo che tenga conto delle valute digitali a 360°, in modo da non trovarsi nella situazione di mancanza di enucleazione di regole che possano alimentare quella lacuna legis troppo spesso all’origine di sacche d’illegalità.

Un po’ di numeri.

Secondo il report dell’Unità di Informazione Finanziaria per l’Italia sono state duecento le segnalazioni di operazioni sospette relative a criptomonete solo nel 2017. Il numero triplica se si estende l’arco temporale di qualche anno.

Se si esclude dal novero di tali transazioni sui generis quelle operate da utenti inesperti e/o alle prime armi, si ravvisa l’esistenza di un sistema piramidale organizzato attraverso “l’utilizzo di fondi pubblici, probabili collegamenti con la criminalità organizzata o connessioni con paradisi fiscali”.

Il dato è risibile se si considera che il totale delle segnalazioni di carattere congetturale del 2017 arrivi fino a 93.280.

È pur vero che il nuovo universo digitale ha dei margini non indifferenti ed è quindi necessario, secondo l’UIF, prevenire un simile sviluppo prima che il fenomeno raggiunga una dimensione maggiore.

La palla passa nelle mani del Legislatore, il cui intervento sembra davvero non possa più essere posticipato.

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