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Lorenzo Cuzzani

Il Petro venezuelano fa il suo ingresso nella fintech.

L’assemblea Nazionale Costituente del Venezuela (ANC) ha approvato la legge che disciplina la criptovaluta nazionale. Il Petro acquisisce corso legale nel Paese.

Tramite un annuncio ufficiale sul sito istituzionale, il ministro della Comunicazione e dell’Informazione venezuelano ha informato il pubblico che l’ANC ha approvato la legge che regoli l’integrazione del Petro nel tessuto economico sociale della nazione.

Nel dettaglio, la legge del Sistema Integrale delle Cripto-attività proposta dal presidente Nicolàs Maduro regolerà l’integrazione del Petro come valuta digitale per scambi commerciali nel Venezuela, relativamente alla sua capacità di acquisire beni e servizi su scala nazionale.

Secondo il capo della commissione speciale per la regolamentazione delle criptovalute, Andres Eloy Méndez, questo momento è considerato cruciale affinché il Petro possa raggiungere il fine ultimo di “rompere il blocco commerciale e finanziario” imposto dagli Stati Uniti d’America contro il Venezuela.

Méndez ha anche enfatizzato l’importanza del Petro nella risalita economica del Paese, nella sua crescita e nel programma di prosperità, così come nel rinnovamento dell’economia dal momento che la sua natura criptovalutaria non richiederà passaggi attraverso il sistema bancario internazionale, che di solito rivela l’informazione di “come e dove i soldi circolano”.

Inoltre, Méndez ha aggiunto che con l’applicazione della legge (ben 64 articoli e 5 disposizioni transitorie ndr), il Paese può aspettarsi il successo del Petro seguito dalla stabilizzazione del prezzo.

Esaurita la disamina di sistema, risulta utile scendere più nel dettaglio e approfondire la questione da un punto di vista più esteso.

Innanzitutto, stante la ratio di lancio del Petro, vale a dire la fornitura di uno strumento alternativo alla moneta corrente che implementi l’economia e gli scambi, semplificando le dinamiche commerciali a livello nazionale, la criptomoneta venezuelana potrà essere convertita anche con le altre valute digitali. Un po’ come per il criptorublo, anche se la divisa digitale russa si compone di un regime di traduzione differente.

Conditio sine qua non della conversione criptomonetaria è che il Petro sia acquistato entro la fine del 2018.

 Tale diktat si inserisce nell’ottica di attrarre investitori che portino capitali nella nazione, accrescendo e veicolando volume utili per la ripresa economica.

È pur vero che un simile limite temporale non possa che rendere lo scambio cripto alquanto complicato, perché risulta arduo pensare che ci siano soggetti disposti a investire secondo imposizione governativa, addossandosi anche un rischio non da poco, il rischio Paese.

Non va dimenticato come il Petro sia apparentemente supportato dalle riserve petrolifere venezuelane, il che spiegherebbe l’entità del rischio di cui sopra. Per di più, essendo stato introdotto come risposta all’iperinflazione conosciuta dal Bolivar, non sorprende come la strategia di legare la traduzione cripto a un orizzonte temporale così stringente sia vista più come una manovra unilaterale piuttosto che una condizione obiettiva di realizzazione.

Stante la riflessione appena compiuta, va detto che l’orizzonte interpretativo delle parole di Maduro per cui il Petro sarà traducibile in altre cripto previa transazione prima avvenuta entro il 2018, si presta a differenti vedute.

C’è chi pensi che una simile affermazione afferisca la possibilità di non fare trading tra il Petro e le altre criptovalute, chi invece sostenga come il Petro potrà essere direttamente tradotto in token.

Risulta comunque palese che un siffatto limite, come già detto, non giovi a favore di una criptovaluta che trovi la sua ragion d’essere nel provare a risollevare uno Stato che versi in condizione critica.

La comunità cripto, poi, non gradirà che la nuova valuta digitale sarà legata a doppio filo con il comparto petrolifero, dal momento che a parte le riserve da cui prende le coperture, il Petro “diventerà la valuta digitale delle transazioni petrolifere in tutto il mondo; la presenteremo all’OPEC perché è una delle misure dell’internazionalizzazione della valuta”.

Il proponimento di cui sopra è stato annunciato dal ministro del Petrolio, Manuel Quevedo, la cui chiarezza funzionale non lascia adito a dubbi di sorta.

Il che potrebbe rivelarsi un boomerang perché ricalcherebbe il solco della mancanza d’indipendenza da enti e istituzioni che ha sempre caratterizzato la tecnofinanza, ponendosi come cripto statale, vestita di una regolamentazione stringente e volano d’interessi governativi, affrancandosi da ogni tipo di elemento basilare criptovalutario.

Come Ripple per le banche, per intenderci.

Se, però, il Petro riuscirà a coadiuvare esigenze contrapposte come la domanda di trading (per cui non c’è ancora chiarezza) e la necessità di intercettare capitali provenienti dal comparto petrolifero dei grandi investitori, allora Maduro potrebbe aver compiuto un piccolo capolavoro.

I se apriranno o chiuderanno le porte del paradiso.

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