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Lorenzo Cuzzani
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Illustravamo ieri il contesto in cui versa l’arcipelago delle isole del Pacifico.

La trattazione di oggi ha riguardo un approfondimento sulle motivazioni che vedono le Isole Marshall convinte di lanciare la propria cripto, contrariamente a quanto sostenuto dalla comunità internazionale.

Come già accennato, le critiche più aspre giungono dal Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti d’America (USDT) e dal Fondo Monetario Internazionale (FMI).

I due enti si dicono convinti che una siffatta scelta non sia in linea con un orizzonte di opportunità geopolitica, oltre a mettere a repentaglio il sistema paese.

A tal riguardo, non sono mancati avvisi dal tenore perentorio. Il Fondo Monetario Internazionale ha intimato alle Isole Marshall che il lancio della propria criptovaluta avrebbe comportato l’interruzione di aiuti internazionali, non più compatibili con un regime monetario alternativo.

L’elevata indipendenza che raggiungerebbe (e raggiungerà) il complesso di isole oceaniche costituirebbe un elemento di rottura con il benessere della popolazione e significherebbe il raggiungimento di una soglia di rischio inaccettabile.

Questo, almeno, secondo il FMI, che illustra il proprio punto: “L’emissione di una valuta digitale decentralizzata come seconda valuta avente corso legale incrementerebbe i rischi sia macroeconomici sia d’integrità finanziaria ed eleverebbe il rischio di perdere l’ultimo contatto con il dollaro statunitense e il corrispettivo contatto con una banca americana”.

Da quanto emerso sopra si evince la preoccupazione dell’organismo di Washington che le isole possano isolarsi e trovarsi nella condizione di poter contare solo sulla propria banca nazionale.

Il timore appena espresso non è da sottovalutare, specie nella situazione di catastrofe ambientale che caratterizza le Marshall.

D’altra parte, se l’impossibilità di reperimento fondi (taglio effettuato ad hoc dal FMI ndr) a causa del diverso regime economico-monetario risulta grave, appare palese come il presidente Hilda Heine voglia scommettere proprio sul proprio Paese, costituendo una valuta nazionale che sia appannaggio esclusivo della nazione e le permetta di entrare in un nuovo mercato e svilupparne le potenzialità. Oltre, ovviamente, allo sfruttamento della tecnologia digitale con lo scopo di semplificare le transazioni e implementare la struttura di scambio all’interno delle isole.

Quel che non convince né FMI né USDT è anche l’approccio scelto per arrivare alla diversificazione monetaria.

I due enti eccepiscono alle Isole Marshall sia le modalità di lancio, sia la scelta dei partner strategici.

In primo luogo, desta scalpore la decisione di affidarsi a un consulente che non sia all’altezza di realizzare un progetto così ambizioso.

Il soggetto in questione, la Neema, è una startup israeliana con sede a Tel Aviv che ha il proprio core business nella gestione e lancio di criptovalute.

Obiettivo primario della Neema è essere veicolo di sovranità monetaria, anzi, criptomonetaria. Target non idoneo ai suoi mezzi, secondo FMI e USDT.

La Neema sostiene invece di poter portare ben trenta milioni di dollari nell’economia nel Paese, invertendo il trend di crisi che si registra da decenni.

La mission della Neema appare così convincente che le Isole Marshall hanno successivamente assunto Steve Tendon, un consulente in materia blockchain, al fine di implementare ancor di più il progetto di cripto nazionale.

Tendon può vantare sul curriculum un’importante collaborazione con l’isola di Malta in ambito cripto e questo sembra aver spinto la Heine a procedere in tal senso.

Se tutto andrà a buon fine, le Isole Marshall saranno il primo paese al mondo a vantare una propria criptovaluta che sia completamente decentralizzata e si ponga come volano di modernità.

 

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