Pubblicita'
Pubblicita'

Il Cigno Nero Trump e il suo impatto sui mercati nel 2026

Da
Fabio Carbone
Pubblicato: Jan 25, 2026, 20:52 GMT+00:00
Recupero Audio-- --

Il Cigno Nero Trump, quale il suo impatto sui mercati nel 2026? Titoli di Stato USA, inflazione, rating sovrano e tassi di interesse sotto scacco.

Il Cigno Nero Trump

Non c’è dubbio che anche il 2026 sia iniziato con il Cigno Nero Trump, e l’impatto delle sue azioni sui mercati finanziari si sta dimostrando come sempre rilevante.

Nessuno può dimenticare com’è andata ad aprile del 2025, quando il presidente degli USA Donald Trump, da poco insediatosi, annunciava i dazi commerciali a mezzo mondo. Una vera dichiarazione di guerra, commerciale.

Ma tutto ciò che fa il presidente degli USA ha conseguenze soltanto sulle economie che colpisce, oppure anche su quella degli Stati Uniti? Intendiamo in senso negativo, cioè l’opposto che Trump vorrebbe ottenere.

Il World Economic Forum (WEF) di gennaio 2026 è stato sicuramente un momento storico e ad alta tensione. Il primo ministro canadese, Mark Carney, con un passato da finanziere e banchiere centrale, ha apertamente assunto una postura non subordinata alle scelte dell’amministrazione Trump.

Alta la tensione anche durante una cena a Davos a cui partecipavano, tra gli altri, la presidente della Banca Centrale Europea e membri del cerchio di Trump.

Tale scenario politico, mina anche i rapporti commerciali e dunque non potranno che risentirne nel prossimo futuro gli asset su cui ciascun investitore è esposto.

Le conseguenze delle azioni di Trump sul debito USA

L’attacco continuo e costante a Jerome Powell, che fino a maggio 2026 sarà presidente della Fed, non fanno bene alla credibilità della prima economia mondiale. L’attacco giudiziario a Powell di questi giorni ha reso la situazione incandescente.

L’instabilità non piace agli investitori, men che meno ai grandi gestori di patrimoni che devono anche guardare alla loro reputazione per continuare ad attrarre capitali. Così lo chief investment officer (CIO) di Pimco, Dan Ivascyn, ha spiegato al Financial Times che loro ritengono la gestione di Trump imprevedibile e per questo hanno iniziato a diversificare, con un allontanamento dagli asset statunitensi che andrà avanti per diversi anni.

Pimco investe in particolare in titoli di Stato ed ha in pancia tanti Treasury USA.

Il fondo pensione degli accademici di Danimarca, in questi giorni hanno preso la decisione di disinvestire 100milioni di dollari dai Treasury USA. Una piccola cosa, ma pur sempre un segnale.

Anche l’amministratore delegato di JP Morgan, Jamie Dimon, ha affermato che le azioni di Trump di piegare al suo volere la Fed avrà come effetto l’esatto opposto.

Se le picconate di Donald Trump alla Fed dovessero continuare, attendiamoci un progressivo allontanamento degli investitori dal debito pubblico degli Stati Uniti. I tassi sul nuovo debito aumenterebbero, ma il valore del debito già emesso diminuirebbe.

Non solo, le agenzie di rating potrebbero mettere sotto osservazione il debito sovrano degli USA e iniziare a declassarlo a causa di una ridotta indipendenza della Fed (vedasi Turchia).

L’inflazione negli Stati Uniti è destinata a salire?

Secondo il ceo di JP Morgan se il prossimo presidente della Fed si piegherà al volere di Trump, il quale desidera più di ogni altra cosa un dollaro a tassi di interesse molto bassi, sì l’inflazione è destinata a salire.

Se l’inflazione sale, però, prima o poi la Fed dovrà intervenire per alzare i tassi di interesse allo scopo di raffreddare l’inflazione.

E poi i dazi, come giustamente fanno notare gran parte degli economisti, essi si ritorcono in special modo sugli statunitensi. Le aziende importatrici sono costrette ad aumentare i prezzi e a pagare saranno i cittadini.

Un allentamento dei tassi di interesse faciliterebbe la spesa degli statunitensi a favore delle società quotate.

All’opposto, un’inflazione in aumento potrebbe poi portare a un innalzamento dei tassi di interesse, e a una contrazione della spesa con risvolti negativi sulle azioni.

Il petrolio del Venezuela nelle mani di Trump

Con la cattura di Maduro in Venezuela, il presidente USA si è garantito un accesso diretto al petrolio venezuelano. Le infrastrutture versano però in cattive condizioni e le società petrolifere non sono poi così vogliose di andare a investire lì.

Per queste ultime il rischio è di dover investire miliardi di dollari per vedere risultati soltanto tra molti anni.

Ma Trump spingerebbe per un ripristino accelerato, magari anche solo provando a fare manutenzione agli impianti esistenti. Gli effetti non saranno visibili nell’immediato, soltanto verso la fine dell’anno avremo qualche dato in più per valutare la situazione.

Tuttavia, nel caso in cui nei prossimi anni dovesse arrivare sul mercato più petrolio Venezuelano, è indubbio che aumenterebbe l’offerta. Ciò potrebbe stabilizzare i prezzi o portare a una riduzione del prezzo di un barile.

Va anche considerato che il Venezuela è parte dell’OPEC sin dalla sua fondazione, e il cartello petrolifero potrebbe sempre imporre un limite alla produzione per non ridurre eccessivamente il prezzo del petrolio.

Ad ogni modo, gli effetti saranno più chiari tra il 2027 e il 2028. Scopriremo se Trump ha fallito o è riuscito nel suo intento di accaparrarsi più petrolio venezuelano.

Il pezzo di ghiaccio Groenlandia

Donald Trump vorrebbe anche il pezzo di ghiaccio Groenlandia, così lo ha definito a Davos durante il suo intervento al WEF.

La Danimarca non ha intenzione di vendere l’isola e la popolazione locale potrebbe opporsi a una cessione agli USA.

Dietro la pretesa di garantirsi la Groenlandia per una sicurezza contro Russia e Cina, c’è probabilmente la volontà di accaparrarsi le risorse minerarie presenti sull’isola. Diventando un nuovo Stato degli USA, verrebbero applicate le leggi statunitensi e diventerebbe più semplice per le società di estrazione mineraria ottenere i permessi.

Attualmente, invece, bisogna chiedere alla Danimarca e alla popolazione locale. In particolare quest’ultima, non vede di buon occhio lo sfruttamento delle risorse dell’isola. Con il passaggio agli USA le loro rimostranze sarebbero messe a tacere molto facilmente.

Le elezioni di metà mandato

A novembre 2026 sono previste le elezioni di metà mandato (mid term). Se Donald Trump dovesse perdere molti deputati e senatori a vantaggio del partito Democratico, non avrebbe più l’appoggio del Congresso.

Si potrebbe aprire uno scenario non altrettanto favorevole per i mercati, perché è molto probabile che i democratici tenteranno ancora una volta di mettere sotto stato d’accusa Trump per quello che definiscono il tentato colpo di Stato del 6 gennaio 2021.

Una vittoria dei repubblicani, invece, giustificherebbe Trump a continuare sulla strada sin qui battuta.

 

Sull'Autore

Scrittore web freelance dal 2013, scrive di crypto economy dal 2016 e di fintech e mercati azionari dal 2018. Scrive inoltre di economia digitale.Dal 2018 collabora per FXEmpire.it scrivendo di crypto e mercati azionari con particolare attenzione a Borsa Italiana. Inoltre, cura la pubblicazione di articoli formativi a cadenza domenicale per l'area Formazione del sito di FX Empire Italia.

Pubblicita'