Bocciato in Parlamento l’accordo di Theresa May per la Brexit: oggi si vota per la sfiducia

Un fallimento storico, con 432 voti contrari. Secondo i numeri uno della Commissione Europea, il rischio di un No Deal è adesso ancora più concreto. Ma nonostante tutto, la sterlina non è stata colpita, forse a causa dell’ampia prevedibilità del risultato. Tuttavia, adesso regna l’incertezza e il tempo sta per scadere.
Alberto Ferrante
Brexit

432 voti contrari, 202 positivi: un record di no, il margine più ampio di sempre. Così, il Parlamento ha bocciato l’accordo di Theresa May con l’Unione Europea. Un risultato certamente prevedibile, ma che apre adesso la strada a diverse alternative dagli esiti incerti.

La primissima conseguenza del fallimento della premier inglese, già anticipata a tempo debito dal leader laburista Jeremy Corbyn, è costituita dalla mozione di sfiducia contro il Governo, che verrà votata oggi stesso.

Nel caso di successo, potrebbero venire convocate le urne già per Febbraio. Tuttavia, nonostante gli imbarazzanti risultati raccolti da May, si ritiene che la premier inglese possa continuare a governare, sostenuta anche da chi ha sempre espresso di essere contrario all’accordo raggiunto con Bruxelles.

La mozione di sfiducia potrebbe dunque non essere accolta e in tal caso si dovrà continuare a lavorare fino al 29 Marzo, data in cui il Regno Unito uscirà definitivamente dall’Unione Europea, con o senza accordi.

Si evidenzia però che a Theresa May restano ancora 3 giorni per tornare in Parlamento con un eventuale piano B. Evidentemente, la finestra temporale a disposizione non permette di costruire un nuovo piano accettabile, ma in queste poche ore il Governo potrebbe effettivamente riuscire a ottenere importanti sconti da parte dell’Unione Europea, nonostante Bruxelles abbia a più riprese ripetuto di aver concluso con le concessioni. L’elemento chiave risulta ancora essere il cosiddetto backstop, vale a dire l’accordo per l’Irlanda del Nord.

Direttamente dalla Comissione Europea, Juncker ritiene adesso ancora più probabile un’uscita tramite no deal, chiedendo al Governo e alla popolazione inglese di chiarire le loro intenzioni.

Secondo il numero uno della Commissione, il rischio è quello di un ritiro “disordinato” dall’Unione Europea, con conseguenze disastrose per l’economia e il commercio. Il negoziatore UE Michel Barnier è dello stesso avviso: il rischio di un no deal è adesso davvero elevato.

Dal canto suo, invece, Donald Tusk, presidente dell’Unione Europea, suggerisce implicitamente di riconsiderare l’uscita dall’UE.

Uno scenario poco considerato fino al fallimento di ieri sera sarebbe costituito dalla possibilità di rinegoziare con l”Unione  Europea, chiedendo un’estensione del termine negoziale.

Chiaramente, anche in questo caso, sarà Bruxelles a decidere se elargire tale dilazione. In tal senso, non è tuttavia da escludere che la Commissione Europea possa concedere qualche mese in più con lo scopo di raggiungere una Brexit più moderata, come spesso suggerito dal partito laburista di Corbyn.

Dopo il disastro in Parlamento, inoltre, si torna a parlare di un secondo referendum. I presupposti non sono mutati: secondo la maggior parte dei principali gruppi politici, una seconda votazione assumerebbe i tratti di un tradimento nei confronti del volere popolare. Tuttavia, anche per questo referendum occorre una maggioranza parlamentare, che in queste ore sembra effettivamente svanita.

Inoltre, convocare un secondo referendum potrebbe impiegare diverse settimane. Insomma, ancor più della fermezza della Commissione e delle divisioni in Parlamento, il fattore tempo sembra l’ostacolo più invalicabile.

Le borse europee non hanno però sofferto particolarmente il colpo. Evidentemente, il fallimento di May era stato già scontato e digerito. Il Ftse100 di Londra ha addirittura aperto in lieve rialzo, mentre la sterlina si è leggermente apprezzata, restando sopra il tetto di 1,28 dollari.

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