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Lorenzo Cuzzani

Tempi duri per il Bitcoin.

La recente crisi della criptovaluta più famosa al mondo non è passata inosservata tra player finanziari vari e fornitori di servizi.

La prima valuta digitale sta scontando un profondo dibattito globale circa la sua natura, il suo futuro e l’opportunità di essere utilizzata come strumento di pagamento, che poi è la funzione per cui è venuta al mondo.

Più precisamente, il BTC deve la sua genesi allo scambio di ricchezza al di fuori di ogni tipo di circuito non ufficiale, permettendo di bypassare commissioni bancarie, burocrazia e rigidità governativa.

L’evoluzione della criptomoneta di Satoshi Nakamoto ha spinto community e stakeholders a chiedersi se davvero il BTC costituisca una reale opportunità di scambio valutario, così come accennato sopra.

Questa contingenza è alla base della recente (24/1) decisione di Stripe, colosso attivo nel Money Transfer (il concorrente di PayPal, per capirci), di escludere la criptomoneta dall’elenco di valute accettate nell’esecuzione di pagamenti e scambi di denaro.

Nel dettaglio, la misura apportata dalla società di San Francisco non sarà perentoria nel brevissimo periodo. La decisione avrà valore esecutivo in tre mesi, tempo utile per permettere a chiunque abbia operazioni aperte in valuta digitale di sistemare i propri conti e addivenire a una soluzione, senza per questo incorrere in problematiche spiacevoli.

La nota di Stripe al riguardo: “Prima di interrompere definitivamente le transazioni il 23 aprile, nei prossimi tre mesi ci confronteremo con i nostri utenti per assicurare che tutto fili liscio”.

La portata della situazione potrebbe essere alquanto elevata, specie se si pensa che Stripe appartiene al mercato USA, primo mercato al mondo per volume di transazioni in criptovalute.

Ma non solo.

Il concorrente di PayPal fornisce assistenza e servizi a più di centomila imprese, il che implica un’inversione di tendenza notevole rispetto al passato. Tutt’altra storia rispetto a quanto documentavamo qui.

Alla base di una siffatta decisione ci sarebbero le oscillazioni del valore del BTC, colpevoli secondo la società di Patrick Collison di incrementare commissioni e tempi tecnici. Criticità che un leader di settore come Stripe non può permettersi.

Stripe ha motivato quanto detto sopra anche rifacendosi a normali report statistici, ravvisando meno interesse da parte dei propri clienti all’utilizzo del Bitcoin, sia in fase di pagamento, sia di ricezione.

Da non sottovalutare, al riguardo, il fatto che le imprese fruitrici di Bitcoin sulla piattaforma abbiano osservato una flessione non indifferente di ricavi derivanti dal BTC.

Sembra che la via del Bitcoin sia sempre più quella di strumento finanziario dal fine speculativo, anche se i tempi non sembrano ancora maturi per addentrarsi in una valutazione sistemica che prescinda ogni tipo di regolamentazione.

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