Rating Moody’s: borsa italiana in rialzo e spread in netto calo all’apertura, mentre il Governo risponde a Bruxelles

La seduta di oggi ha visto un netto calo dello spread a quota 287,10 dopo il declassamento di Moody’s. Sebbene il colpo inferto non sia stato particolarmente destabilizzante, il rischio di un doppio declassamento, appena scampato, torna a preoccupare. L’idea che il Piano del governo possa effettivamente basarsi su giudizi troppo ottimistici è condivisa anche dagli esperti di Barkleys.
Alberto Ferrante
Italy Crisis

Si è aperta oggi la seduta di scatto italiana dopo il giudizio di Moody’s, che ha declassato l’Italia al livello Baa2 con outlook stabile. Come intuibile, le ragioni del taglio vanno ricercate all’interno della manovra di governo: l’agenzia americana considera, infatti, la riduzione della forza fiscale e l’interruzione della riduzione del rapporto debito/PIL come una pesante zavorra per la crescita italiana.

Inoltre, le riforme strutturali avanzate non sembrerebbero sufficienti a ridurre il debito nei prossimi anni.

Oggi, il Governo, che ha commentato il giudizio di Moody’s come una conseguenza prevedibile, dovrà inviare alla Commissione Europea una risposta concreta alla lettera in cui i parametri di finanza pubblica sono stati aspramente criticati per una “deviazione senza precedenti”.

L’obiettivo, però, sembrerebbe quello di esporre accuratamente le proprie posizioni e le ragioni dello sforamento, senza indietreggiare sul contenuto del Piano.

Nei mercati finanziari era già opinione condivisa che il declassamento di Moody’s non avrebbe colpito particolarmente l’Italia nella seduta di apertura odierna: complice un outlook comunque stabile, gli investitori sembravano attendersi un giudizio di downgrade per l’Italia.

Il Ftse Mib ha raggiunto infatti quota +1,80% all’avvio, trainato dalle performances dei mercati asiatici e dal balzo di Fiat Chrsyler dopo  la vendita di Magneti Marelli a Calsonic Kansei per l’inaspettata cifra di ben 6,2 miliardi di euro.

A sostenere il rialzo anche Ferragamo, Banco BPM, BPER e UBI Banca.

La finanza italiana sembra reggere al duro colpo inferto da Moody’s, con uno spread BTP/Bund in netto calo all’apertura.

Alle 8 del mattino, infatti, il differenziale era a quota 287,10 (-10,84%), mentre alle 11 si è raggiunta quota 297,10 (-7,73%).

Sembrerebbe dunque che la bocciatura di Moody’s non abbia sortito gli effetti più nefasti profetizzati nel corso del mese di Ottobre.

Restano però, anche secondo gli esperti di Barkleys, dei seri rischi per l’economia italiana a causa del Piano di Governo.

In primo luogo, un indebolimento così consistente della forza fiscale italiana potrebbe inchiodare il rapporto debito/PIL al 130%, eludendo ogni trend al ribasso. La previsione di Moody che continua a turbare gli esperti è quella relativa ai deficit ben più elevati rispetto a quelli previsti dal governo nei prossimi tre anni. Secondariamente, se l’espansione fiscale riuscirà ad incrementare la crescita reale in misura temporanea, essa potrebbe nuovamente contrarsi all’1%. Le ipotesi del governo sarebbero quindi troppo ottimistiche, anche secondo l’Ufficio Parlamentare di Bilancio.

Sebbene i rischi previsti dall’agenzia siano ampiamente bilanciati grazie a un’economia italiana ancora abbastanza diversificata, il giudizio potrebbe ulteriormente ribassarsi in caso di una crescita più debole del previsto.

Inoltre, nonostante il doppio declassamento sia stato scampato, Moody’s potrebbe anche procedere con un taglio del rating alle società pubbliche, prima tra tutte Cdp, sotto le lenti degli esperti già dalla prima metà dell’anno.

Nonostante le performances odierne, l’Italia si trova quindi in una posizione alquanto rischiosa, ad appena due gradini sopra la soglia del non investment grade.

Un eventuale doppio downgrade, sebbene ormai improbabile, farebbe innalzare lo spread a dismisura, rendendo molto più impegnativa la collocazione dei titoli italiani, che non sarebbero più acquistati dalla BCE nel caso in cui quattro agenzie di rating esprimessero lo stesso parere declassando l’Italia a “junk”.

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