Cosa Succederebbe se l’Italia Abbandonasse l’Euro

Oggi più che mai, abbandonare l’euro sembra un’idea tanto auspicata quanto temuta. Ma quali sono le conseguenze dirette? Se nel lungo periodo occorrerebbe considerare troppi fattori, anche collaterali rispetto alla situazione italiana, nel breve e medio termine le ripercussioni sono già abbastanza chiare. Tra inflazione galoppante, svalutazione della moneta e danni alle imprese italiane, abbandonare l’Unione Europea si configura indubbiamente come un processo molto complesso e pericoloso.
Alberto Ferrante
Italia Euro Europa

Come abbiamo avuto modo di osservare, l’euroscetticismo che ha caratterizzato la recente agenda politica italiana ha immediatamente fatto tremare i mercati di tutto il mondo. L’equilibrio su cui si basa l’Unione Europea, come nel caso di ogni compagine eterogenea, è certamente fragile, e recepisce acutamente anche le più insignificanti incertezze derivanti dalla politica economica dei Paesi membri.

Detto ciò, è innegabile come, negli ultimi tempi, l’idea di uscire dall’euro abbia solleticato rappresentanti politici ed economisti di ideologie e formazioni diverse.

Ma quali sarebbero le conseguenze dell’abbandono della moneta unica da parte dell’economia italiana?

Occorre innanzitutto precisare che l’uscita dall’euro è un processo lungo, complesso e irreversibile.

Inoltre, la moneta unica e l’Unione Europea viaggiano sullo stesso binario, e non è possibile rinunciare alla prima senza attendersi gravi conseguenze politiche.

Il primo aspetto criticabile da parte degli euroscettici riguarda l’ingovernabilità della propria moneta. Sicuramente, come tutti i nostri lettori sapranno, la politica monetaria europea viene decisa dalla BCE, ed è applicata a tutti i Paesi dell’Unione. Ma ciò, fino ad oggi, non ha costituito gravi svantaggi per l’Italia. I tassi d’interesse italiani sono diminuiti sensibilmente: basti pensare che nel ’93 il tasso di sconto della Banca d’Italia era ancora sopra il 10%, mentre in vista del passaggio alla moneta unica è sceso al 3%. Il quantitative easing, tanto osteggiato da parte della popolazione, ha permesso ai titoli italiani di avere spread inferiori e rendimenti più bassi.

L’uscita dall’Euro presenterebbe, come primissima conseguenza, la svalutazione della moneta. Ciò costituisce un importante vantaggio in termini di esportazioni, ma porterebbe a una seria contrazione delle importazioni. “Stampare moneta”, considerata spesso la panacea ai problemi italiani, ha come conseguenza elementare e immediata un aumento dell’inflazione che falcerebbe il potere d’acquisto delle famiglie. Molti euroscettici considerano l’euro come la causa principale dell’inflazione nei suoi Paesi membri, ma la media storica riporta valori prossimi al 5.5% in Italia prima del passaggio alla moneta unica, e dell’1.7% dopo l’adozione dell’euro. Indubbiamente, tornare a una moneta sovrana comporterebbe un picco inflazionistico di gran lunga superiore.

Più nello specifico, un innegabile vantaggio dell’abbandono dell’euro sarebbe sicuramente una maggiore flessibilità e indipendenza nella pianificazione delle ricette di politica economica. L’Italia, una volta fuori dall’Unione Europea, non dovrebbe più sottostare a nessun vincolo imposto dall’Unione, primi tra tutti il patto di Stabilità o l’obbligo di riduzione del debito pubblico.

Ma la libertà dell’Italia si rifletterebbe verosimilmente nella scelta di stampare moneta per il proprio debito. L’inflazione causata da un così violento e sbilanciato aumento potrebbe sfiorare nuovamente i valori registrati a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta, superiori al 20%. Si tratterebbe, in altri termini, di una vera e propria tassa patrimoniale sulle spalle della popolazione italiana, e soprattutto sugli italiani che godono di entrate fisse e sui pensionati. Inoltre, i prestiti e i mutui immobiliari subirebbero l’effetto tassi e l’effetto cambio: essendo stati stipulati in euro, diventerebbe in proporzione molto più caro ripagarli.

Per essere precisi, va però sottolineato che un’impennata inflazionistica aiuterebbe lo Stato, in quanto rende relativamente meno pesante il suo debito, ma d’altro canto colpirebbe i risparmiatori e gli investitori che hanno impiegato il proprio capitale nell’acquisto di titoli di Stato. Ciò screditerebbe l’Italia agli occhi dei propri risparmiatori e dei grandi investitori internazionali, contribuendo a un grave isolamento, di cui tratteremo meglio tra poco.

In secondo luogo, chiunque voglia esporre un pensiero antieuropeista non dovrebbe esimersi dal valutare anche la situazione endogena dell’Italia, che nulla ha a che fare con l’unione monetaria. Il nostro Paese non dispone al momento di materie prime o fonti energetiche sufficienti per il mantenimento della sua economia e dovrà quindi importare grandi volumi esattamente come accade adesso, dentro l’Unione. La sola differenza è che, ricollegandoci ancora una volta al concetto di svalutazione della moneta sovrana, il costo di tali fonti sarà, in proporzione, ben più elevato.

Sul fronte competitivo, le piccole imprese, che costituiscono gran parte della sovrastruttura produttiva italiana, potrebbero avere gravi difficoltà a sostenere costi più elevati. Le imprese esportatrici invece diventerebbero matematicamente molto più competitive all’estero, vendendo i loro prodotti a un prezzo relativo molto più basso rispetto alla concorrenza. Tuttavia, i beni esportabili maggiormente sarebbero quelli a più basso valore aggiunto, mentre prodotti e servizi più complessi risentirebbero dei costi maggiori da sopportare per gli imprenditori. Ma i beni a basso valore aggiunto subiscono ormai l’egemonia delle nuove economie emergenti, molto più competitive del nostro Paese. Inoltre, le imprese di più grandi dimensioni potrebbero essere interessate a spostarsi all’estero, per reperire capitali sui mercati internazionali a condizioni migliori.

Per finire, l’Italia potrebbe dover fare i conti con un isolamento senza precedenti, che in un mercato globale rischia di minare particolarmente i rapporti con gli altri Paesi. Gli investitori internazionali verosimilmente perderanno ogni interesse verso gli asset italiani, e l’Europa potrebbe diminuire la sua domanda di beni e servizi italiani. Una brusca inversione, se si considera che, nonostante tutto, l’Italia è l’ottavo esportatore mondiale, secondo in Europa solo alla Germania.


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 L’uscita dall’euro dunque, occorre ribadire, è un processo che accompagna una lunga serie di conseguenze e risvolti socio-economici lampanti nell’essenza, ma poco chiari quantitativamente. Il tutto, anche senza considerare gli immensi costi di ritiro, creazione e conseguente gestione di una nuova moneta. Un discriminante fondamentale, per tutte le osservazioni fin qui esposte, è costituito dalle scelte del resto dell’Europa: l’uscita dell’Italia dall’Unione Europea non passerebbe inosservata. Se da un lato è probabile che il resto dei Paesi cerchino a tutti i costi di rafforzare la loro coesione, non è da escludere un processo di emulazione politica tale da compromettere l’intera Unione.

 

 

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