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Fabio Carbone
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inflazione

Prosegue il monitoraggio dell’inflazione da parte degli operatori di mercato in base al proprio ruolo svolto in essi, ed ora si guarda ai dati sull’inflazione negli Stati Uniti, riferiti al mese di maggio, che saranno resi noti il prossimo 10 di giugno e ci si attende una percentuale anche più alta del 4,2% della precedente rilevazione di aprile. Questi dati serviranno poi al governatore della Fed, Jerome Powell per prendere le giuste decisioni all’interno del FOMC che si svolgerà quasi una settimana dopo (15 e 16 giugno) la loro pubblicazione.

Contemporaneamente, in Europa, Christine Lagarde, al termine del board dell’Eurotower, presenterà il quadro aggiornato della politica monetaria della Bce per l’economia dell’eurozona.

Il 10 giugno, quindi, è una data da segnarsi sul calendario economico.

Inflazione e banche centrali, come reagiranno all’aumento?

Di fondo i presidenti delle banche centrali hanno da capire se la risalita robusta dell’inflazione è un fattore passeggero dovuto al condensarsi di alcuni fattori temporanei come le riaperture delle attività che ha fatto esplodere la domanda, o se siamo all’inizio di un trend di crescita duraturo.

Come noto Powell ha deciso di rompere con il classico schema preventivo volto ad anticipare l’aumento eccessivo dell’inflazione. L’approccio della Fed, già dallo scorso agosto 2021 (quando già si presagiva la tendenza rialzista dell’inflazione) aveva presentato la nuova strategia volta a tollerare un aumento dell’inflazione sopra il 2%. Già tollerare, ma fino a quando? E questo spaventa i mercati.

In Europa le cose stanno diversamente, la Banca centrale europea non ha apportato nessuna modifica alla sua politica monetaria. Qui, però, vale la pena ricordare che già dal 2019 e anche prima vi è un dibattito proprio sulla modifica del modo in cui la Bce “tollera” l’inflazione nell’eurozona, ma le cose viaggiano a rilento qui.

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La deflazione è sparita?

Ciò che risulta necessario comprendere è se la deflazione è terminata oppure no. Nel corso degli ultimi decenni ha fatto quasi da padrona contrastando molto le spinte inflazionistiche. In particolare bisogna guardare gli ultimi 21 anni, cioè quelli del nuovo millennio, dove la deflazione ha mostrato una forza potente.

Cosa causa la deflazione? L’invecchiamento della popolazione, infatti le popolazioni più anziane tendono usualmente a spendere meno ponendo un freno alla domanda.

Poi c’è da considerare l’automazione e la digitalizzazione che hanno demandato alle macchine ed ai sistemi informatici molte mansioni prima svolte dall’uomo e ciò tiene bassa la spinta sui salari.

E come fa notare Financial Lounge, vi è poi la sintonia tra politica fiscale e monetaria da tenere in considerazione.

Yanet Yellen e i tassi di interesse

Il capo del Tesoro statunitense, Yanet Yellen, spinge sull’aumento dei tassi di interesse. Un argomento che non gli competerebbe strettamente perché è il capo della Fed con il FOMC a decidere sull’argomento con la politica monetaria, ma lei insiste.

Questa volta parla di un tasso di interesse non preoccupante se il piano da 4 trilioni di dollari voluto da Joe Biden dovesse portare al rialzo del costo del denaro.

La Yellen in una intervista a Bloomberg ha riferito che 400 miliardi di spesa annui sono un livello di spesa che non condurrà al superamento dell’inflazione.

“Se finissimo con un contesto di tassi di interesse leggermente più alti, sarebbe in realtà un vantaggio dal punto di vista della società e dal punto di vista della Fed”, ha riferito la Yellen a Bloomberg.

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