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Fabio Carbone
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mining bitcoin

Se il prezzo del bitcoin (BTC) è crollato in meno di un mese da 63.558 USD a meno di 32 mila USD, per poi riprendersi agli attuali 40 mila USD, è anche perché il nostro “caro” Elon Musk ha annunciato al mondo che il mining di bitcoin è un problema per l’ambiente. Peccato che l’abbia fatto dopo averne comprato una quantità pari a 1,5 miliardi di USD, ma questa è un’altra storia.

Qui ci preme raccontare il tentativo di Michael Saylor, l’amministratore delegato di Microstrategy Inc. (MSTR), di affrontare la questione. Questi ha infatti annunciato di aver costituito domenica scorsa il Bitcoin Mining Council, proprio con la partecipazione di Elon Musk e di altri imprenditori del settore mining statunitense (rappresentano il 10% globale).

L’obiettivo, come Saylor ha spiegato partecipando a Consensus 2021, evento organizzato da Coindesk, non è quello di controllare la criptovaluta e il suo sviluppo e/o progresso come provarono a fare Genesis Mining, Bitmain e altre società nel 2017 firmando l’Accordo di New York (proprio durante Consensus di quell’anno).

L’obiettivo è quello di dare all’opinione pubblica maggiore trasparenza su quali risorse energetiche vengono utilizzate per il mining del BTC.

Detto in altre parole poco “ortodosse”, Saylor prova a salvare i 92 mila BTC comprati da Microstrategy da altri scossoni come quelli occorsi nelle ultime settimane, e allo stesso tempo prova a placare Musk e le sue improvvide uscite portandolo nel suo progetto dalle buone intenzioni.

Il problema del bitcoin mining che inquina il mondo

Anche nel 2017, quando il bitcoin macinò record storici di prezzo continui, molti quotidiani provarono a smontarlo affermando che consumava molto. In quel periodo apparvero addirittura delle ricerche universitarie a supporto della tesi.

Oggi si torna a farlo. Giusto questa mattina Il Sole 24 Ore è tornato sull’argomento. Però nessuno ci dice quanta energia serve per stampare monetine e cartamoneta, e quanti alberi si abbattono per stampare euro e dollaro. Ma anche questa è un’altra storia.

La realtà è oggettivamente complessa, il mining di bitcoin non è relegato solo a grandi società che possiedono enormi mining farm in Cina, USA, Islanda, ed in altre parti del mondo. No, il mining di bitcoin è praticato anche nelle cantine delle case di molte persone che negli anni hanno costruito delle personali mining farm.

Chi a vario titolo opera nel mining, però, è a conoscenza del fatto che alcuni dei grandi player del mining si approvvigionano di energia da fonti rinnovabili come l’idroelettrico, il fotovoltaico ed anche il geotermico. Senza fare pubblicità a nessuno, si può dire che accade in Islanda, in Svezia, negli USA, ma anche in Cina, dove però una parte del mining è probabilmente garantita anche da centrali a carbone (prevalenti nel Paese per tutta l’industria cinese).

La realtà è complessa dicevamo, ma non è quindi vero che tutto il mining del bitcoin inquina, perché una parte non trascurabile di essa si avvale di fonti di energia rinnovabili.

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La resistenza al cambiamento

Una ultima riflessione. Quando si è in presenza di un cambiamento sostanziale nella vita di una persona come di una comunità di persone, nascono sempre delle resistenze, è normale.

Nei confronti delle criptovalute le resistenze si avvertono da anni, tuttavia oggi abbiamo un Ray Dalio che afferma di possedere bitcoin, Microstrategy quotata in borsa con 92 mila BTC nel portafoglio, e Coinbase (COIN) quotata in borsa.

Non solo, proprio le società impegnate nel mining di bitcoin sono state le prime del settore a quotarsi  (ma guarda).

La domanda che i detrattori del bitcoin dovrebbero porsi è se preferiscono che si continuino ad abbattere alberi per produrre cartamoneta. La digitalizzazione ci conduce inevitabilmente verso la dematerializzazione delle valute contribuendo a salvare i nostri boschi. Le criptovalute hanno già abbracciato la transizione energetica, anticipando l’azione politica dei governi.

Chi stampa e conia euro e dollaro che fonti energetiche usa, invece?

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