Il ritorno dell’energia elettrica di prossimità. Nuovi modelli di business e flussi di cassa stabili per investitori di tutte le dimensioni. Dai fondi infrastrutturali ai piccoli investitori.
In un articolo pubblicato dall’Economia del Corriere della Sera è stato evidenziato come la produzione delle rinnovabili, eolico e fotovoltaico in particolare, stiano generando troppa energia nelle ore sbagliate. Dunque ora il problema non è più solo produrre elettricità ex-fonti fossili, ma usarla bene. Da qui il nostro articolo dal titolo il ritorno dell’energia elettrica di prossimità.
Un articolo dedicato al come la decentralizzazione energetica possa creare nuovi modelli di business e flussi di cassa stabili per le imprese, a beneficio anche degli investitori interessati.
L’over generation di corrente elettrica di cui parla il Corriere della Sera nel suo articolo, sta diventando un problema di spreco di energia poiché la produzione supera la domanda nelle ore di picco.
Serve una rete elettrica all’altezza certo, ma servono anche nuovi modelli di business capaci di catturare quell’energia in eccesso per utilizzarla in altre ore del giorno, oppure è necessario un modello che nasce dal basso e su scala più piccola.
Le reti elettriche sono ferme a un modello di distribuzione della corrente elettrica basata sulla prevedibilità delle centrali a carbone, ad olio combustibile e quelle a gas naturale, le quali possono essere programmate per aumentare o ridurre la produzione quando si vuole.
Eolico e fotovoltaico producono quando c’è vento e sole, dunque non è possibile programmare. Piuttosto è necessario conservare l’energia in eccesso per usarla quando serve.
Ecco che le reti nazionali si scoprono inadeguate e vanno sotto stress causando, come capitato nel 2025 tra Spagna e Portogallo, blackout per sovraproduzione.
Anche altri fattori spingono sulla prossimità energetica, tra cui la richiesta di resilienza energetica post-pandemia, post-crisi Ucraina e crisi nello Stretto di Hormuz.
Le imprese vanno alla ricerca dell’autonomia energetica per garantirsi la prevedibilità dei costi.
A supporto delle imprese desiderose di autonomia energetica c’è la tecnologia. Digitalizzazione e IoT (Internet of Things) permettono una gestione locale e dinamica dei flussi energetici, con la possibilità di creare reti intelligenti locali (smart grid), eventualmente anche indipendenti dalla rete nazionale o mantenendo quest’ultima come fonte di backup.
A supporto stanno arrivando anche i capitali, ad esempio con la costituzione di fondi infrastrutturali tagliati su misura, oppure green bond territoriali e le Società veicolo per le comunità energetiche (SPV).
Le SPV, in particolare, sono strumenti finanziari attraverso cui investire in impianti a fonti rinnovabili senza compromettere il merito creditizio delle società operative costituenti.
Il vantaggio delle SPV risiede negli incentivi fiscali e di conformazione ai principi ESG, e di contribuire a una gestione sostenibile delle risorse energetiche locali.
I primi beneficiari di un nuovo modello di generazione dell’energia sono le aree industriali a maggior consumo di elettricità, e dunque fortemente influenzate dall’aumento dei costi dell’energia.
Il modello prevede l’adozione di micro-reti, cioè di sistemi autonomi che integrano produzione, accumulo e consumo. Ne possono beneficiare:
I benefici non sono trascurabili, poiché la micro-rete offre stabilità dei flussi energetici e finanziari, grazie a contratti di lungo periodo, riduzione dei costi di rete (niente più costi di dispacciamento dovuti alla rete nazionale), ritorni prevedibili.
Le industrie possono creare comunità energetiche industriali, delle cooperative di imprese che condividono gli impianti di generazione e gli accumulatori.
Il modello è peer-to-peer, punto a punto e può anche generare remunerazione diretta dalla vendita di energia ad altre imprese locali che non fanno parte della cooperativa.
Gli stessi sistemi di accumulo basati su batterie stazionarie e sistemi di gestione intelligente possono diventare un supporto per la stabilizzazione della rete nazionale, ad esempio vendendo servizi di bilanciamento. Per le imprese significherebbe ottenere ritorni simili alle cedole di mini bond energetici.
I fondi di investimento infrastrutturali e le assicurazioni non si lasciano mai scappare un’opportunità di guadagno che garantisce flussi di cassa ricorrenti e da progetti che hanno durate di 10 e 20 anni, o più.
La correlazione dell’investimento è bassa con i mercati finanziari e questo aiuta a diversificare i capitali, mentre si ottiene il vantaggio di avere un impatto locale positivo.
Anche family office e utility locali trovano in questo business un’attrattiva interessante.
Come investitore privato puoi anche tu investire in alcune tipologie di progetti grazie al lending crowdfunding.
In Italia è nota Ener2Crowd che ha già raccolto 55 milioni di euro per 230 progetti tra Italia e Spagna. Il rendimento tipico del progetto è del 5% – 7%.
Altro progetto interessante aperto a tutti è quello proposto da GridShare che offre la possibilità di investire in un impianto fotovoltaico e di ricevere rendimenti per 30 anni. In questo caso si diventa co-proprietari dell’impianto.
Negli ultimi anni i green bond sono diventati il veicolo simbolo della finanza sostenibile: strumenti di debito emessi per finanziare progetti ambientali, con rendimenti stabili e un profilo di rischio contenuto.
Tuttavia, la loro natura rimane indiretta: l’investitore finanzia un emittente (pubblico o privato) che a sua volta realizza l’iniziativa.
L’energia di prossimità, invece, rappresenta una forma diretta di investimento infrastrutturale, dove il capitale entra nel ciclo operativo dell’energia — produzione, accumulo, scambio — generando flussi di cassa tangibili e localizzati.
Il bond green è un titolo, l’energia di prossimità è un asset fisico. Il primo offre liquidità e standardizzazione; il secondo offre rendimenti più alti e maggiore controllo operativo, ma richiede competenze tecniche e un orizzonte temporale più lungo.
Dal punto di vista finanziario, i progetti di micro‑reti e comunità energetiche industriali si comportano come mini‑bond infrastrutturali: generano cash flow prevedibili, spesso indicizzati all’inflazione, e presentano una volatilità inferiore rispetto alle azioni del settore energetico.
Inoltre, la componente territoriale e cooperativa li rende particolarmente adatti a investitori con mandati ESG o strategie di impatto locale.
In concreto, mentre il rendimento medio annuo di un green bond si aggira sul 2% – 4% e durata 5 – 10 anni, i progetti di energia di prossimità possono rendere anche il 5% – 8% e avere una durata tipica di 10 – 20 anni.
Di contro gli investimenti in tali progetti presentano una scarsa liquidità, mentre i bond sono negoziati su una Borsa dedicata.
Nonostante il potenziale, l’energia di prossimità non è priva di sfide. La prima riguarda la complessità regolatoria: le comunità energetiche si muovono in un quadro normativo ancora in evoluzione, con differenze tra regioni e interpretazioni locali che possono rallentare la bancabilità dei progetti.
C’è poi il tema della gestione tecnica: le micro‑reti richiedono competenze avanzate di bilanciamento e manutenzione, e la mancanza di operatori qualificati può generare inefficienze.
Un terzo rischio è finanziario: la scala ridotta dei progetti implica ticket medi più bassi e costi di due diligence proporzionalmente più alti, rendendo necessario un approccio aggregativo o di piattaforma.
Infine, la dipendenza dagli incentivi resta un fattore da monitorare: la sostenibilità economica di molte comunità energetiche è ancora legata ai meccanismi di supporto pubblico.
In sintesi, si tratta di un settore promettente ma ancora in fase di maturazione, dove la selezione dei partner e la qualità della governance fanno la differenza tra un investimento stabile e un esperimento incompiuto.
L’energia elettrica di prossimità non è soltanto una rivoluzione tecnologica, ma un cambio di paradigma finanziario.
Dove un tempo c’era la rete elettrica nazionale, oggi c’è una rete di comunità. E in quella rete, gli investitori trovano un nuovo modo di generare valore: locale, stabile e condiviso.
Scrittore web freelance dal 2013, scrive di crypto economy dal 2016 e di fintech e mercati azionari dal 2018. Scrive inoltre di economia digitale.Dal 2018 collabora per FXEmpire.it scrivendo di crypto e mercati azionari con particolare attenzione a Borsa Italiana. Inoltre, cura la pubblicazione di articoli formativi a cadenza domenicale per l'area Formazione del sito di FX Empire Italia.